domenica 24 maggio 2026

I Dormienti di Mimmo Paladino: quando il sonno ci parla di altro

 





L'opera I Dormienti di Mimmo Paladino appare come una delle più profonde materializzazioni contemporanee dell’antico concetto di incubazione sacra — o incubatio — pratica rituale diffusa nel mondo mediterraneo arcaico, in particolare nei culti terapeutici di Asclepio.

Nell’incubatio, il fedele si sdraiava nel tempio, spesso in ambienti ipogei o oscuri, attendendo il sogno rivelatore, la visione terapeutica, l’apparizione del dio. Dormire significava attraversare una soglia: il sonno non era assenza, ma dispositivo iniziatico. Il corpo immobile diventava antenna dell’invisibile.

È precisamente questa sospensione che Paladino evoca nei suoi dormienti. Le figure disseminate nello spazio non sembrano semplicemente adagiate: sembrano trattenute in uno stato liminare, intermedio tra vita e morte, memoria e archeologia, presenza e fossile. Sono corpi che non riposano davvero; piuttosto, “covano” immagini interiori, come officianti muti di un rito dimenticato.

La forza dell’opera nasce dal fatto che Paladino non rappresenta il sogno: ne costruisce l’architettura rituale. Lo spettatore entra nello spazio come in un santuario postmoderno, attraversando una costellazione di corpi silenziosi che rimandano immediatamente a necropoli, dormitori monastici, campi di battaglia, ma anche ai dormitori iniziatici dell’antichità. L’arte diventa quindi una tecnologia del passaggio.

In questo dispositivo immersivo assume un ruolo decisivo il paesaggio sonoro composto appositamente da Brian Eno. La presenza della sua musica non accompagna semplicemente l’opera: la trasforma in esperienza percettiva totale. Eno costruisce un ambiente acustico rarefatto, lento, quasi respiratorio, che sembra provenire da uno spazio pre-linguistico. Le sue sonorità ambientali sospendono il tempo cronologico e inducono una condizione di ascolto prossima alla trance lieve, alla meditazione o appunto allo stato incubatorio.

La collaborazione tra Paladino ed Eno appare allora profondamente coerente. Entrambi lavorano sull’idea di soglia: Paladino attraverso il corpo immobile e archetipico; Eno attraverso una musica che rinuncia alla struttura narrativa tradizionale per diventare atmosfera mentale, flusso continuo, eco senza centro. Il visitatore non osserva soltanto I Dormienti: vi entra lentamente dentro, come chi attraversa un rito di preparazione al sogno.

In questo senso la musica di Eno svolge una funzione quasi sacerdotale. Nell’antico rito dell’incubatio, il tempio era uno spazio sensorialmente separato dal mondo profano: oscurità, odori rituali, silenzio o canti sacri favorivano l’accesso alla visione. Le composizioni ambient di Eno agiscono allo stesso modo: anestetizzano il rumore del reale e preparano il corpo a una diversa percezione del tempo e della memoria. Non illustrano l’opera, ma la consacrano.

Vi è inoltre qualcosa di profondamente funerario e uterino in questa fusione tra scultura e suono. I dormienti di Paladino sembrano galleggiare in una dimensione amniotica, mentre le frequenze lente di Eno evocano una condizione prenatale o postuma, come se lo spettatore fosse introdotto in una camera rituale posta tra nascita e sepoltura. L’esperienza complessiva richiama dunque non soltanto il sonno terapeutico dei santuari antichi, ma anche il viaggio sciamanico e la catabasi: la discesa nell’ombra necessaria per ottenere conoscenza.

Paladino lavora così su una dimensione profondamente mediterranea e precristiana del sacro. L’immobilità delle figure richiama le statue votive etrusche, i guerrieri sepolti, gli ex voto anatomici. Ma soprattutto richiama l’idea che il sapere autentico non emerga dalla veglia razionale, bensì da una discesa nell’ombra. L’incubazione rituale era infatti una pratica di morte simbolica: il dormiente si separava dal mondo ordinario per ricevere un messaggio proveniente dall’oltremondo, dal dio o dall’inconscio collettivo.

Allo stesso modo, I Dormienti non racconta l’interiorità psicologica di singoli individui, ma mette in scena un sonno corale, quasi antropologico. È l’umanità stessa che dorme. O forse che attende.

Ed è qui che il legame con il culto incubatorio diventa radicale. Nell’antichità si dormiva nei templi per guarire; nei dormienti di Paladino sembra invece che l’umanità dorma per ricordare qualcosa che ha dimenticato. Forse il rapporto originario con il mito. Forse la possibilità stessa del sacro. Oppure, come suggerisce il respiro invisibile della musica di Eno, la capacità di ascoltare ancora ciò che emerge dal silenzio profondo della materia e del sogno.

Molto più lungo ed approfondito

L’installazione I Dormienti di Mimmo Paladino rappresenta una delle più complesse e misteriose riflessioni sul sonno, sulla memoria archetipica e sulla sopravvivenza del sacro nell’arte contemporanea italiana. L’opera, resa ancora più ipnotica dalla collaborazione con Brian Eno, non può essere interpretata semplicemente come un insieme di figure adagiate nello spazio espositivo. Essa funziona piuttosto come una vera macchina rituale, un ambiente iniziatico che riattiva — in forma contemporanea — le antiche pratiche dell’incubatio, ovvero il sonno sacro praticato nei santuari terapeutici del Mediterraneo antico.

Per comprendere la profondità di questo legame è necessario anzitutto liberare il termine “sonno” dalla sua accezione quotidiana e fisiologica. Nell’antichità il sonno possedeva una funzione cosmologica e religiosa. Dormire significava sospendere l’identità ordinaria per entrare in uno spazio di comunicazione con il divino, con i morti, con le potenze invisibili della terra. Nei culti di Asclepio, ma anche in numerose tradizioni misteriche precristiane, il fedele veniva introdotto all’interno di ambienti sotterranei o oscuri — spesso carichi di vapori, suoni rituali, canti monotoni e odori sacrali — per attendere un sogno rivelatore capace di produrre guarigione o conoscenza.

L’incubatio non era quindi una semplice esperienza visionaria privata, ma una tecnologia spirituale collettiva. Il tempio diventava una macchina per produrre sogni. L’architettura, la luce, il silenzio, i simboli e persino la disposizione dei corpi partecipavano alla creazione di uno stato liminare, intermedio, in cui il soggetto poteva attraversare una morte simbolica per rinascere trasformato.

È precisamente questo stato di sospensione che Paladino sembra evocare nei suoi dormienti.

Le figure disseminate nello spazio non hanno nulla del riposo domestico o della serenità del sonno moderno. Sono corpi deposti. Corpi sospesi. Corpi che sembrano appartenere simultaneamente al mondo dei vivi e a quello dei morti. La loro immobilità non trasmette pace, bensì densità rituale. Si ha l’impressione che quei corpi stiano attendendo qualcosa. O custodendo qualcosa.

L’aspetto decisivo dell’opera consiste proprio in questa ambiguità ontologica: i dormienti non sono mai del tutto leggibili. Sono archetipi, non personaggi. Resti e presenze. Reliquie antropologiche e apparizioni insieme. La loro materialità ruvida, quasi terrosa, li rende simili a reperti provenienti da una civiltà arcaica o post-apocalittica. Potrebbero essere corpi appena dissotterrati oppure figure che devono ancora emergere completamente dalla materia.

Questa ambivalenza colloca l’opera in una dimensione profondamente mediterranea, dove il rapporto tra corpo e terra è sempre stato inseparabile dal culto dei morti e dalle pratiche iniziatiche. Paladino recupera qualcosa che appartiene tanto alla Magna Grecia quanto all’universo etrusco, ai culti contadini del Sud Italia, ai simulacri votivi, agli ex voto anatomici, alle statue funerarie consunte dal tempo. Nei suoi dormienti sopravvive una memoria precristiana del sacro: non trascendente e celeste, ma tellurica, ctonia, sotterranea.

I corpi sembrano infatti appartenere più alla terra che alla storia. Ed è proprio qui che l’opera entra in risonanza con il concetto di incubazione.

Nel rito incubatorio il fedele doveva abbandonare temporaneamente la propria identità sociale. Dormire nel tempio significava discendere in uno spazio psichico e simbolico in cui la distinzione tra sogno, visione e morte diventava instabile. L’oscurità aveva una funzione iniziatica: privare il soggetto del controllo razionale affinché potesse emergere un sapere più antico e profondo.

Anche I Dormienti produce un’esperienza di disorientamento sacrale. Lo spettatore non si trova di fronte a una narrazione lineare, ma entra in una geografia rituale. Cammina tra corpi immobili come in una necropoli silenziosa o in un dormitorio sacro. L’installazione non “mostra” qualcosa: induce una condizione mentale.

Ed è qui che la presenza sonora di Brian Eno diventa fondamentale.

La musica composta da Eno non accompagna semplicemente l’opera; ne costituisce il sistema nervoso invisibile. Senza quel paesaggio sonoro, I Dormienti perderebbe gran parte della sua funzione immersiva e rituale. Eno costruisce infatti un ambiente acustico che non obbedisce alla logica narrativa della musica tradizionale. Non vi è sviluppo drammatico, non vi è melodia dominante, non vi è climax. Le sue composizioni ambientali agiscono come campi atmosferici percettivi: trasformano il tempo in durata ipnotica.

È importante comprendere quanto questo elemento sia affine alla funzione sonora dei rituali antichi. Nei templi incubatori, il silenzio assoluto non esisteva mai veramente. Vi erano respiri collettivi, passi, canti rituali, strumenti monotoni, vibrazioni continue. Il suono serviva a modificare la coscienza, a condurre il corpo verso uno stato di ricettività visionaria.

La musica di Eno opera nello stesso modo. Le frequenze lente, i droni dilatati, le risonanze quasi acquatiche creano un ambiente uterino e ctonio insieme. Lo spettatore entra in una dimensione in cui il tempo cronologico sembra dissolversi. La percezione rallenta. I corpi scolpiti da Paladino sembrano allora respirare interiormente, come se il suono li mantenesse in una forma di vita sospesa.

Si potrebbe dire che Eno costruisca il “sogno acustico” dentro cui i dormienti galleggiano.

Questa collaborazione tra artista visivo e compositore assume così un valore profondamente rituale. Paladino lavora sulla fossilizzazione del corpo; Eno sulla liquefazione del tempo. L’uno materializza il peso archeologico della memoria; l’altro dissolve la percezione ordinaria in un continuum sonoro senza centro. Insieme producono una vera esperienza di soglia.

Il visitatore non osserva semplicemente l’opera: vi entra come in uno spazio iniziatico.

Da questo punto di vista I Dormienti può essere interpretata anche come una critica radicale alla modernità contemporanea. Viviamo infatti in una civiltà fondata sulla sorveglianza continua, sulla velocità, sull’eccesso di immagini, sull’iper-vigilanza tecnologica. Tutto deve essere immediatamente leggibile, comunicabile, performativo. Paladino ed Eno costruiscono invece uno spazio dell’opacità e della sospensione. I dormienti non producono informazione. Non comunicano. Non reagiscono. Resistono.

Il loro sonno diventa allora un gesto politico e metafisico insieme.

Dormire, in quest’opera, significa sottrarsi alla violenza della trasparenza contemporanea. Significa custodire una relazione segreta con l’invisibile. È come se Paladino tentasse di riattivare una facoltà dimenticata: la capacità di abitare il silenzio simbolico.

In questo senso l’opera possiede anche una forte dimensione psicoanalitica e junghiana. I dormienti sembrano incarnazioni dell’inconscio collettivo, frammenti di una memoria archetipica che continua a riaffiorare sotto la superficie della civiltà tecnologica. La loro immobilità ricorda certe immagini emerse nei sogni, nei miti o nei rituali funebri: figure senza tempo che appartengono simultaneamente all’infanzia dell’umanità e alla sua fine.

La disposizione stessa dei corpi nello spazio richiama inoltre le fosse comuni, i campi di battaglia, le catacombe, ma anche i dormitori monastici e gli spazi terapeutici antichi. Vi è una continua oscillazione tra protezione e minaccia, tra cura e morte. Proprio come nell’incubatio, dove il sonno terapeutico implicava sempre un attraversamento simbolico dell’oltretomba.

Si potrebbe persino leggere I Dormienti come una gigantesca scena postuma: non il sonno prima del risveglio, ma quello successivo alla fine della civiltà. I corpi di Paladino sembrano superstiti di un collasso storico, reliquie di un’umanità che ha perso il linguaggio ma conserva ancora la memoria rituale del corpo.

Ed è qui che la musica di Eno acquista una qualità quasi metafisica. Le sue sonorità non sembrano provenire dal presente, ma da uno spazio remoto e indeterminato. Non accompagnano l’azione: custodiscono un vuoto. Un vuoto fertile, meditativo, cosmico.

Come nei templi incubatori antichi, l’esperienza finale dell’opera non consiste nella comprensione razionale, bensì nella trasformazione percettiva. Lo spettatore esce dall’installazione come da un sogno rituale: senza un messaggio preciso, ma con la sensazione di aver attraversato una zona arcaica della coscienza.

Ed è forse proprio questo il nucleo più profondo de I Dormienti: non rappresentare il sacro, ma ricreare le condizioni affinché il sacro possa ancora accadere.

sabato 16 maggio 2026

IL DIVINO CONDIVISO mostra fotografica di Paolo Pobbiati presso l'Abbazia di Mirasole di Opera

 









La mostra Il divino condiviso di Paolo Pobbiati si impone come una intensa  riflessione fotografica contemporanea sul rapporto tra spiritualità, comunità e identità culturale. Lontana sia dalla retorica del reportage esotico sia dalla fotografia religiosa tradizionale, l’esposizione costruisce un itinerario visivo in cui il sacro non viene trattato come oggetto dottrinale, ma come esperienza umana universale, necessità antropologica primaria, linguaggio collettivo capace di attraversare culture, geografie e differenze storiche.

Come scrive lo stesso Pobbiati nel testo curatoriale della mostra, il progetto nasce “dal desiderio di mettere insieme scatti presi in circa quattro decenni di viaggi che ritraggono persone all’interno di luoghi di culto o comunque sacri mentre esprimono la loro devozione”. Questa dichiarazione è fondamentale per comprendere la natura dell’opera: non siamo di fronte a una raccolta documentaria organizzata secondo criteri geografici o confessionali, ma a una lunga meditazione visiva sul gesto umano della fede.

Il titolo stesso, Il divino condiviso, contiene il nucleo teorico dell’intero progetto. Pobbiati non fotografa semplicemente rituali religiosi: fotografa ciò che accade agli esseri umani quando cercano un senso comune davanti all’enigma dell’esistenza. “Condiviso” è la parola decisiva. Il divino, nelle sue immagini, non appartiene mai al singolo individuo isolato ma emerge come fenomeno comunitario, come tessuto invisibile che tiene unite le persone all’interno di una stessa struttura simbolica.

L’autore stesso sottolinea come sia “sorprendente verificare come concezioni religiose e filosofiche differenti, nate in periodi e in contesti molto diversi fra loro, presentino straordinari tratti comuni”. È probabilmente qui che la mostra raggiunge la sua dimensione più profonda: nella ricerca di una matrice emotiva universale del sacro. Pobbiati sembra suggerire che le religioni, al di là delle differenze teologiche, siano forme differenti di una stessa necessità umana di trascendenza.

La forza della mostra nasce proprio dalla capacità di evitare ogni gerarchia culturale. Pobbiati osserva monasteri buddisti, riti islamici, processioni cristiane, celebrazioni animiste o pratiche spirituali tribali con identica intensità visiva e identico rispetto antropologico. Non esiste mai l’idea occidentale della religione come “oggetto da interpretare”. L’autore si pone piuttosto in una posizione di ascolto, quasi di sospensione del giudizio. Questo rende il suo lavoro straordinariamente contemporaneo: in un’epoca segnata da conflitti identitari e radicalizzazioni ideologiche, le sue fotografie sembrano suggerire che tutte le forme del sacro condividano una medesima origine emotiva.

Non è casuale che nel testo introduttivo Pobbiati parli esplicitamente della volontà di “sollecitare una riflessione sui temi della tolleranza e del rispetto e, tanto più in questo momento storico, sull’uso strumentale che ancora oggi viene fatto della religione come un’arma”. Questa frase trasforma la mostra in qualcosa di più di un progetto estetico. Il divino condiviso diventa anche un gesto politico nel senso più alto del termine: un tentativo di restituire alla spiritualità la sua dimensione umana, sottraendola alle logiche del conflitto ideologico.

Dal punto di vista estetico, la mostra lavora su una sottrazione molto raffinata. Pobbiati rinuncia quasi sempre alla spettacolarizzazione del rito. Non cerca l’effetto pittoresco né l’immagine sensazionale. I suoi scatti sono dominati da una lentezza contemplativa che ricorda certe esperienze del cinema spirituale di Andrej Tarkovskij o la fotografia umanista di Sebastião Salgado, pur mantenendo una voce assolutamente autonoma. La luce naturale, spesso tenue o polverosa, diventa materia metafisica. Non illumina semplicemente i soggetti: li avvolge, li sospende, li trasforma in apparizioni.

Particolarmente significativa è la scelta, dichiarata dall’autore, di privilegiare “momenti di devozione, singola o collettiva”, evitando spesso gli aspetti più spettacolari della liturgia. Pobbiati scrive infatti di aver “tralasciato le immagini dove erano prevalenti gli aspetti liturgici – riti, processioni – per concentrare la scelta su momenti di devozione”. Questa decisione rivela una posizione artistica molto precisa: ciò che interessa al fotografo non è il folklore religioso, ma l’istante intimo in cui l’essere umano sembra entrare in contatto con qualcosa che lo trascende.

In molte immagini il corpo umano sembra perdere la propria individualità per diventare parte di una dimensione più ampia. Mani giunte, volti immersi nella preghiera, figure raccolte nella penombra: tutto contribuisce a creare una percezione quasi liturgica dello spazio fotografico. Il sacro non viene rappresentato come evento miracoloso, ma come vibrazione sottile del quotidiano.

Uno degli aspetti più profondi della mostra riguarda il rapporto tra spiritualità e paesaggio. Pobbiati comprende che ogni forma religiosa nasce anche dal territorio che la ospita. Le montagne himalayane, i deserti africani, i villaggi asiatici o le architetture sacre mediterranee non sono semplici scenografie, ma organismi simbolici che modellano il modo in cui gli esseri umani percepiscono il trascendente.

Molto intensa è anche la riflessione implicita sull’autenticità dello sguardo fotografico. Pobbiati ammette che molte sono immagini “rubate”, nate in contesti in cui “le persone generalmente non amano essere ritratte”, ma proprio per questo capaci di preservare “l’autenticità della loro devozione”. In questa frase si percepisce una questione cruciale della fotografia contemporanea: la tensione continua tra estetica e verità. Pobbiati accetta persino il rischio di sacrificare una certa perfezione formale pur di conservare la sincerità del momento spirituale.

C’è poi un elemento estremamente interessante nella sua rappresentazione del tempo. Il divino condiviso appare come una resistenza visiva contro la velocità contemporanea. Le immagini sembrano appartenere a un tempo rallentato, quasi rituale, incompatibile con la frenesia digitale dell’Occidente ipermoderno. Guardandole, il visitatore sperimenta una sensazione insolita: il recupero della durata. La mostra obbliga a sostare, a contemplare, a entrare in un ritmo differente.

Ma sarebbe riduttivo leggere il progetto soltanto in chiave spirituale. In realtà Pobbiati costruisce anche una riflessione politica molto sottile. Fotografare pratiche religiose minoritarie o comunità marginali significa opporsi all’omologazione culturale globale. Le sue immagini diventano archivi di sopravvivenza simbolica. Documentano forme di vita che la modernità tende progressivamente a dissolvere o a trasformare in folklore commerciale.

La frase conclusiva del testo curatoriale sintetizza perfettamente il cuore dell’intera esposizione: “ciò che accomuna riti e fedi diversi rimane l’aspetto che maggiormente balza all’occhio, ovvero la rappresentazione della relazione dell’essere umano con la sua parte più profonda e trascendente, con quella in cui sente la connessione con il Divino”.

È probabilmente questa la vera grandezza della mostra di Paolo Pobbiati: riuscire a parlare di religione senza mai fare propaganda religiosa. Le sue fotografie non impongono una fede, ma restituiscono dignità al bisogno umano di spiritualità. In un’epoca dominata dall’iperconnessione e dalla frammentazione sociale, Il divino condiviso ricorda che il sacro, prima ancora di appartenere alle religioni, appartiene alla relazione invisibile tra gli esseri umani e il mistero che li attraversa.


lunedì 9 marzo 2026

L’ombra dell’Espressionismo: il mondo deformato di Caligari e la sensibilità artistica condivisa da Bowie e Wiene

 






Quando The Cabinet of Dr. Caligari apparve sugli schermi nel 1920, il cinema europeo raggiunse una delle sue forme più radicali. Diretto da Robert Wiene, il film rappresenta la traduzione cinematografica della sensibilità della German Expressionism, movimento nato tra pittura, teatro e letteratura nella Germania di inizio Novecento.

L’Espressionismo non cercava di rappresentare il mondo così com’è, ma di deformarlo per rivelarne l’angoscia interiore.

Linee spezzate, prospettive impossibili, ombre artificiali e scenografie dipinte non sono semplici effetti stilistici: sono la materializzazione visiva di uno stato psicologico.

Questa stessa tensione attraversa, molti decenni dopo, l’opera di David Bowie.

La sua musica, il suo teatro performativo e la costruzione delle sue identità artistiche mostrano una sorprendente continuità con la sensibilità espressionista.

Non si tratta di un’influenza diretta o di una citazione esplicita, ma di una condivisione di atmosfera estetica: il mondo come scena deformata, l’identità come maschera, la realtà come costruzione mentale.

Il paesaggio interiore

Uno degli elementi più iconici di Caligari è la città immaginaria di Holstenwall.

Le scenografie, progettate da artisti vicini all’Espressionismo pittorico, non cercano alcuna verosimiglianza: case inclinate, finestre oblique, strade che sembrano piegarsi nello spazio.

Il paesaggio diventa una proiezione dell’inconscio.

Questa idea — il mondo esterno come riflesso di un paesaggio interiore — è centrale anche nella poetica di Bowie.

In molti suoi lavori, soprattutto nel periodo berlinese segnato dagli album Low, "Heroes" e Lodger, il suono stesso diventa spazio mentale.

Le atmosfere fredde, frammentarie e talvolta astratte di questi dischi ricordano le architetture emotive dell’Espressionismo:

non descrivono un luogo reale, ma uno stato d’animo urbanizzato.

Come le strade di Holstenwall, anche la Berlino musicale di Bowie è una città dell’anima.

L’uomo come figura teatrale

L’Espressionismo tedesco nasce anche dalla contaminazione con il teatro.

Gli attori di Caligari non recitano in modo naturalistico: i loro gesti sono estremi, angolari, quasi coreografici.

Il sonnambulo Cesare, interpretato da Conrad Veidt, è una figura quasi astratta: corpo magrissimo, volto pallido, occhi cerchiati di nero.

È una creatura teatrale, più simbolo che personaggio.

Anche Bowie costruisce i suoi personaggi secondo una logica simile.

Le sue figure sceniche — da Ziggy Stardust a The Thin White Duke — non sono semplici travestimenti, ma forme espressive della psiche contemporanea.

Il corpo dell’artista diventa superficie simbolica, esattamente come il corpo espressionista degli attori del cinema di Weimar.

Ombre e alienazione

Un altro elemento centrale dell’estetica espressionista è l’uso drammatico della luce e dell’ombra.

In Caligari le ombre sono spesso dipinte direttamente sulle scenografie, creando una realtà artificiale e disturbante.

La luce non illumina il mondo: lo rende inquietante.

Anche l’immagine pubblica di Bowie si sviluppa attraverso un’estetica simile.

Il celebre fulmine sul volto di Aladdin Sane o l’eleganza spettrale del The Thin White Duke ricordano la drammaticità grafica dell’Espressionismo.

Il volto diventa superficie pittorica, quasi una tela su cui incidere una frattura psicologica.

Come nell’Espressionismo, la figura umana appare divisa, inquieta, alienata.

Espressionismo come sensibilità moderna

Il legame tra il cinema di Wiene e l’opera di Bowie non è quindi un semplice gioco di riferimenti culturali.

È piuttosto una continuità di sensibilità artistica.

Entrambi gli universi esprimono una stessa visione del mondo:

la realtà è instabile

l’identità è frammentata

l’arte è una forma di deformazione rivelatrice.

Se Caligari rappresenta l’angoscia della modernità nata dopo la Prima guerra mondiale, Bowie racconta la crisi dell’identità nella società mediatica e postindustriale.

Ma il linguaggio emotivo è sorprendentemente simile.

In entrambi i casi, l’artista non descrive il mondo:

lo piega, lo distorce e lo teatralizza per mostrarne l’inquietudine profonda.

È proprio questa eredità espressionista — fatta di ombre, maschere e paesaggi interiori — che permette di vedere Bowie non solo come una rockstar, ma come uno degli ultimi grandi interpreti di quella visione artistica nata nella Germania di Weimar.

I Dormienti di Mimmo Paladino: quando il sonno ci parla di altro

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