Corri Mirna, corri!
Esistono romanzi che raccontano una storia ed esistono romanzi che costruiscono un universo morale. Corri Mirna, corri! appartiene decisamente alla seconda categoria. Pur adottando la struttura del thriller investigativo, il libro di Marco Bellomi rifiuta la rassicurante logica del giallo tradizionale, dove ogni mistero trova una soluzione e ogni colpevole viene infine identificato. L'indagine rappresenta soltanto la superficie narrativa di un'opera molto più ambiziosa: un romanzo politico, filosofico e antropologico che utilizza il noir per interrogare il presente.
La Milano del 2035 immaginata dall'autore non è semplicemente una città del futuro. È una deformazione del presente, un luogo dove vengono esasperate tendenze già riconoscibili nella nostra contemporaneità: la crescita delle disuguaglianze, la privatizzazione del potere, la crisi della democrazia, l'intreccio tra criminalità globale e interessi economici, la dissoluzione delle relazioni sociali. Il prologo esplicita chiaramente questa prospettiva, presentando un'Europa dominata da governi autoritari e da grandi corporation mentre la criminalità organizzata diventa uno strumento funzionale al mantenimento del controllo sociale. Non è fantascienza nel senso classico del termine, ma un esercizio di immaginazione politica costruito attraverso l'amplificazione del presente. Il futuro diventa così uno specchio deformante capace di rendere visibili dinamiche che oggi tendiamo ancora a considerare episodiche.
L'ambientazione milanese assume un'importanza fondamentale. Bellomi evita qualsiasi estetizzazione cyberpunk della città. Non troviamo metropoli scintillanti percorse da automobili volanti, bensì una Milano devastata ma ancora perfettamente riconoscibile. Piazza Velasca, Porta Romana, Corvetto, Linate, corso Como continuano a esistere, ma sono diventati luoghi occupati da bande criminali, rifugi di emarginati, territori fuori controllo. È proprio questa riconoscibilità a rendere credibile la distopia: il lettore non entra in un altro mondo, ma assiste alla progressiva degradazione del proprio.
Nel cuore della Milano del 2036, la fuga di un gruppo LGBTQIA+ e antifascista proveniente da Berlino rappresenta uno degli elementi più fortemente politici e simbolici del romanzo. Non si tratta semplicemente di un gruppo di perseguitati che cerca salvezza, ma di una comunità di corpi, identità e memorie che porta con sé la testimonianza di una sconfitta collettiva: quella di una società europea incapace di difendere la pluralità.
Berlino, storicamente luogo di sperimentazione culturale, di libertà sessuale e di controculture, nel romanzo diventa il luogo del tradimento della propria stessa memoria. La città che aveva generato il punk, le avanguardie artistiche, i movimenti di liberazione e le utopie comunitarie è ora una distopia dominata dalla paura, dal controllo e dalla normalizzazione violenta del diverso. La fuga verso Milano non è quindi solo uno spostamento geografico, ma un viaggio attraverso il collasso delle promesse occidentali: il diritto all'autodeterminazione, alla differenza, alla possibilità di esistere fuori dai modelli imposti.
La Milano del 2035 immaginata dall'autore non è semplicemente una città del futuro. È una deformazione del presente, un luogo dove vengono esasperate tendenze già riconoscibili nella nostra contemporaneità: la crescita delle disuguaglianze, la privatizzazione del potere, la crisi della democrazia, l'intreccio tra criminalità globale e interessi economici, la dissoluzione delle relazioni sociali. Il prologo esplicita chiaramente questa prospettiva, presentando un'Europa dominata da governi autoritari e da grandi corporation mentre la criminalità organizzata diventa uno strumento funzionale al mantenimento del controllo sociale. Non è fantascienza nel senso classico del termine, ma un esercizio di immaginazione politica costruito attraverso l'amplificazione del presente. Il futuro diventa così uno specchio deformante capace di rendere visibili dinamiche che oggi tendiamo ancora a considerare episodiche.
L'ambientazione milanese assume un'importanza fondamentale. Bellomi evita qualsiasi estetizzazione cyberpunk della città. Non troviamo metropoli scintillanti percorse da automobili volanti, bensì una Milano devastata ma ancora perfettamente riconoscibile. Piazza Velasca, Porta Romana, Corvetto, Linate, corso Como continuano a esistere, ma sono diventati luoghi occupati da bande criminali, rifugi di emarginati, territori fuori controllo. È proprio questa riconoscibilità a rendere credibile la distopia: il lettore non entra in un altro mondo, ma assiste alla progressiva degradazione del proprio.
All'interno di questo scenario emerge Tancredi, protagonista profondamente anomalo rispetto alla tradizione del noir italiano. Non possiede alcuna vocazione eroica. È un uomo traumatizzato, incapace di sopportare il contatto fisico, segnato dal carcere, dalla violenza politica e da un passato che continua a perseguitarlo. La sua incapacità di lasciarsi toccare non rappresenta soltanto una caratteristica psicologica: diventa la metafora di una società che ha trasformato ogni relazione in una minaccia. Nel corso del romanzo il corpo assume continuamente una funzione narrativa e simbolica. I corpi vengono mutilati, sfruttati, venduti, trasformati in merce oppure diventano il luogo della cura, dell'affetto e della solidarietà.
È qui che entra in scena Mirna, probabilmente il personaggio più complesso dell'intera opera. La sua identità transgender non viene trattata come elemento decorativo né come semplice rivendicazione politica. Bellomi compie una scelta più radicale. Fin dalle pagine iniziali, attraverso il disclaimer, chiarisce che il romanzo vuole immaginare un futuro in cui le categorie tradizionali di genere risultano insufficienti per descrivere la complessità dell'essere umano. La continua oscillazione linguistica tra maschile e femminile non è un errore né una provocazione: diventa una precisa scelta stilistica che trasforma la lingua stessa nel luogo del cambiamento. Mirna incarna così una possibilità antropologica nuova. La sua identità non rappresenta una mancanza ma un'eccedenza, una ricchezza che supera le tradizionali opposizioni binarie
Altrettanto significativa è la figura di Anisha. Apparentemente semplice conducente di risciò, si rivela progressivamente il personaggio dotato della maggiore profondità filosofica. Le sue riflessioni sulla religione, sull'ambiente, sulla crisi energetica, sul rapporto tra scienza e spiritualità interrompono continuamente il ritmo dell'indagine per aprire spazi meditativi. In un romanzo dominato dalla violenza, Anisha introduce una forma diversa di sapere: non quello delle istituzioni o della tecnologia, ma quello dell'esperienza umana.
La scelta di affrontare il tema della mafia nigeriana rappresenta uno degli aspetti più coraggiosi del libro. Bellomi evita sia il sensazionalismo sia la semplificazione etnica. Attraverso il riferimento ai culti Bwiti, alla Black Axe Confraternity e ai processi di trasformazione culturale prodotti dalle migrazioni, costruisce una riflessione sulle nuove forme della criminalità globale. Il male non viene attribuito a un popolo ma ai meccanismi di sfruttamento che trasformano tradizioni religiose, disperazione sociale e migrazioni in strumenti di potere.
Il romanzo affronta inoltre il tema dell'infanzia violata attraverso una delle immagini più potenti dell'intera narrazione: i bambini ritrovati senza occhi. L'occhio, simbolo della conoscenza e dello sguardo, diventa qui l'oggetto di una mutilazione che assume immediatamente un valore simbolico. Una società che uccide i bambini e ne ruba gli occhi è una società che distrugge contemporaneamente il proprio futuro e la propria capacità di vedere.
Dal punto di vista stilistico Bellomi costruisce una lingua estremamente personale. La narrazione alterna dialoghi serrati, spesso attraversati da un sarcasmo tagliente, a improvvise aperture liriche. La prosa conserva sempre un ritmo cinematografico, ma è attraversata da frequenti riflessioni esistenziali che rallentano consapevolmente l'azione. Questa alternanza impedisce al romanzo di diventare un semplice thriller e lo avvicina piuttosto a una tradizione letteraria dove il noir diventa uno strumento di conoscenza.
Numerose sono anche le influenze culturali che attraversano il testo. Si percepiscono echi della fantascienza distopica, del noir europeo, della narrativa cyberpunk e della letteratura politica italiana. Tuttavia Bellomi evita l'imitazione. Le suggestioni vengono assorbite e trasformate in un linguaggio personale, profondamente radicato nella realtà italiana.
L'elemento forse più originale dell'opera consiste però nel rapporto tra disperazione e speranza. Tutto il romanzo sembra muoversi verso la catastrofe, ma contemporaneamente continua a difendere la possibilità dell'incontro umano. L'amicizia tra Tancredi, Mirna e Anisha rappresenta il vero nucleo etico del libro. In un mondo fondato sulla sopraffazione, la cura reciproca diventa l'ultimo gesto autenticamente rivoluzionario.
Corri Mirna, corri! non offre risposte semplici. Non propone soluzioni politiche né morali. Preferisce mettere il lettore davanti alle contraddizioni del presente, chiedendogli quale direzione stia realmente prendendo la nostra società. La distopia diventa così uno strumento critico, non una previsione.
Marco Bellomi realizza un'opera insolita nel panorama italiano contemporaneo. Un romanzo che unisce thriller, narrativa sociale, riflessione filosofica e immaginazione politica senza rinunciare alla forza del racconto. È un libro che parla di mafie, fascismi, migrazioni, identità di genere, ecologia e potere, ma soprattutto parla della possibilità di restare umani quando tutto sembra congiurare contro l'umanità.
È questa, probabilmente, la sua intuizione più importante: il futuro non sarà determinato dalla tecnologia o dalla politica, ma dalla nostra capacità di riconoscere l'altro come essere umano. Per questo il titolo del romanzo assume un valore che supera la vicenda narrativa. "Corri, Mirna, corri" non è soltanto un invito rivolto alla protagonista; è l'esortazione a non fermarsi, a continuare a resistere contro ogni forma di riduzione dell'essere umano a oggetto, categoria o merce. In questo senso il romanzo di Bellomi è, prima ancora che un noir, un'opera profondamente umanista.
