domenica 10 novembre 2024

L’INVERNO STA ARRIVANDO

 



 

Ricordo il motto di un’era passata, quello che un tempo era solo finzione: L’inverno sta arrivando. Ma adesso, non è più una frase tratta da un libro di Corbins. È la nostra realtà, una condanna scritta nel cielo pallido e nelle strade deserte. Sfoglio ancora le vecchie pagine ingiallite di Corbins, come se quelle storie potessero prepararmi a ciò che vedo fuori dalla mia finestra. Là, oltre i vetri screpolati dal gelo, la città è sepolta sotto una coltre di ghiaccio impenetrabile. Non c’è più movimento, nessun rumore. Solo il sibilo incessante del vento che taglia l'aria come una lama.

Le autorità l'hanno chiamata “la piaga del ghiaccio”.

 Il nome, secco e meccanico, non poteva rendere giustizia al terrore che ha divorato il mondo, divorandoci uno ad uno. Non è stato solo l’inizio di un lungo inverno, ma l’inizio della fine. Il freddo era arrivato come un lento veleno, annunciato da bollettini meteorologici che inizialmente sembravano errori: temperature mai viste prima, bufere fuori stagione, venti che squarciavano gli edifici e lasciavano solo un silenzio morto alle spalle.

Ma presto tutti hanno capito. Questo non era un semplice fenomeno atmosferico; era qualcosa di più profondo, più antico, qualcosa che non obbediva alle leggi della natura che credevamo di conoscere.

Ogni volta che uscivo dalla casa dove ancora mi rifugiavo, sentivo il gelo come un morso. Un freddo così intenso che sembrava ustionarmi la pelle, come il tocco del fuoco. Era un dolore sordo e persistente, che non lasciava tregua nemmeno quando rientravo. Le finestre, ormai, erano barricate con strati di legno e metallo, ma il gelo penetrava comunque, insinuandosi ovunque. La casa scricchiolava sotto il peso del ghiaccio che si accumulava ogni giorno di più, come una creatura viva che tentava di seppellirci.

Avventurarsi fuori era un rischio, ma la claustrofobia e la paura della fame mi costringevano a farlo. Ogni passo nelle strade deserte era una sfida alla morte. Un tempo, quelle stesse strade brulicavano di vita: bambini che giocavano, auto che si facevano largo nel traffico, voci e rumori che riempivano l’aria. Ora tutto era silenzioso, una landa desolata e spettrale, congelata in un eterno istante di dolore.

Le automobili erano diventate relitti congelati, come carcasse di animali preistorici bloccati in un mare di ghiaccio. I vetri dei parabrezza erano opachi, coperti da strati di neve e ghiaccio che sembravano cementarsi ogni giorno di più. Dentro, i segni di un’umanità frettolosamente abbandonata: una giacca gettata sul sedile, una borsa sul cruscotto. Ogni cosa sembrava essersi fermata in quell'istante terribile in cui tutti avevano compreso che non c’era più via di fuga. Che l’inverno non sarebbe mai finito.

Non c’erano più cani o gatti, nemmeno gli uccelli osavano più volare sotto quel cielo. Gli esseri viventi, forse i più saggi di tutti, avevano abbandonato la speranza prima ancora di noi. Il silenzio era totale, rotto solo dal soffiare incessante del vento, come il sussurro di una vecchia divinità dimenticata. Solo il gelo restava, persistente, implacabile, come una maledizione lanciata sulla Terra.

Non ero certo di essere l’ultimo, ma non vedevo più nessuno da settimane. I pochi che si erano avventurati fuori nelle prime fasi dell’inverno erano morti presto, uccisi dall'esposizione o spariti in quella distesa bianca. Le città si erano trasformate in mausolei ghiacciati, monumenti vuoti a un mondo che non c'era più.

La notte non arrivava più, non nel senso tradizionale. Il cielo era costantemente grigio, senza mai rivelare il sole. Non c’erano stelle, né luna. Solo un’oscurità perenne e uniforme, come se il cielo stesso fosse morto. La mancanza di luce faceva perdere la cognizione del tempo, come se i giorni si fondessero in un unico lungo incubo.

Ricordo quando è iniziato, il primo segnale chiaro che qualcosa non andava. Era stata una tempesta, un vortice di neve che aveva colpito senza preavviso. Un muro bianco che aveva divorato tutto ciò che incontrava, cancellando le persone dalle strade, risucchiandole nel nulla. Nessuno l’aveva vista arrivare. E dopo, il silenzio. Era come se il mondo avesse trattenuto il fiato, aspettando. Da quel giorno, la neve non aveva più smesso di cadere, a volte leggera e impalpabile, altre volte densa e violenta, come se volesse sommergere ogni cosa.

Ogni tanto trovavo rifugio in qualche edificio abbandonato, ma non era mai sicuro restare troppo a lungo nello stesso posto. Il gelo aveva una strana intelligenza, come se fosse cosciente della nostra presenza. Penetrava attraverso i muri, sotto le porte, cercando di strapparci quel poco di calore che ci rimaneva. E non solo: sembrava prendersi anche i nostri pensieri, la nostra volontà. L’apatia era il primo sintomo, poi veniva la stanchezza, e infine il sonno. Un sonno da cui non ci si risvegliava mai più.

Ho visto i corpi di quelli che avevano ceduto. Si sdraiavano, quasi serenamente, sotto strati di neve e ghiaccio. I loro volti erano immobili, congelati in un ultimo momento di sollievo. Eppure, c’era qualcosa di innaturale in loro, come se non fossero davvero morti, ma solo sospesi, in attesa.

Mi chiedo se un giorno anche io farò la stessa fine. Ma fino a quel momento, continuo a muovermi. Continuo a cercare. Forse qualcosa di diverso, forse qualcuno ancora vivo.

Le autorità non esistono più, nemmeno come voce distante alla radio. Le ultime trasmissioni erano spezzoni confusi, discorsi interrotti da interferenze e sussurri. Poi, anche quelle si erano spente. Ora, è solo questo gelo, che avanza inesorabile, e io, che sopravvivo. Forse per niente. Forse solo per prolungare l’inevitabile.

Ogni tanto, fermandomi a osservare le strade, penso che il freddo non sia mai stato solo una forza naturale. Penso che il ghiaccio abbia fame, che ci stia cacciando uno ad uno, e che si nutrirà della nostra disperazione fino a quando l’ultimo respiro umano non si sarà spento. Allora, forse, anche il vento smetterà di soffiare, e il silenzio sarà totale.

Ma per ora, resto in piedi.

Indosso tutti gli strati di vestiti che possiedo, come un astronauta in una missione suicida. Guanti, passamontagna, giacca tecnica: è la mia armatura contro un mondo che non riconosco più. Ho visto i miei vicini lasciare l’edificio uno dopo l’altro, fuggire in cerca di un miraggio che non troveranno mai. Le riunioni condominiali si erano trasformate in scontri verbali, ognuno pronto a difendere la propria sopravvivenza a scapito degli altri. Alla fine, si è deciso che non eravamo una comunità. Siamo solo individui isolati in attesa della fine.

Non so dove siano andati tutti. Alcuni, li ho trovati io. Corpi congelati, deformati dal freddo. Un giorno, ho visto brandelli di abiti portati dal vento. Mi avventuro sempre più lontano, in quartieri che non riconosco più, come un esploratore di un deserto bianco. Ma mai di notte. La notte è diversa. Il gelo diventa qualcosa di vivo, qualcosa che sussurra promesse di morte.

È giugno, ma nessuno lo direbbe. La temperatura è scesa a -15° e sembra di vivere in un’eterna tundra. È come se l'inverno si fosse divorato tutte le stagioni. Nessuna estate, nessun autunno, solo questo gelo senza fine.

L’inverno sta arrivando, ripeto tra me e me. Non è più solo una stagione, ma un presagio, l’ombra di un inverno eterno che si stende sulla vita stessa. Ogni giorno che passa, lo sento avvicinarsi, come un predatore paziente. Non parlo solo del freddo, ma della fine. La fine di tutto ciò che conosciamo, l’inizio di un’era di ghiaccio che non conoscerà tregua.

Guardo fuori, attraverso i vetri coperti di brina, e penso al futuro che non vedrò mai. Scrivo i miei ultimi pensieri, consapevole che il mio tempo sta per scadere. Mi preparo per il giorno in cui non ci sarà più un giorno. Ripercorro la mia vita e, stranamente, sorrido. Ho sempre amato l’inverno, la neve, il gelo. Ironico che saranno proprio loro a segnare la mia fine. Il mio epitaffio sarà inciso sul ghiaccio, un ultimo messaggio congelato nel tempo.

Il vento urla fuori, sollevando cumuli di neve in spirali che danzano nel vuoto, come fantasmi senza pace. Ogni fiocco sembra sospeso in un’eternità bianca, un balletto macabro sotto un cielo che ha perso ogni traccia di azzurro. È strano come il tempo stesso sembri essersi fermato, congelato insieme al resto del mondo. Il bianco accecante è tutto ciò che riesco a vedere. Un bianco che soffoca, che consuma, che cancella.

Il freddo penetra persino le pareti del mio rifugio. Non importa quanti strati di vestiti indosso o quante coperte mi avvolgono. Il gelo è vivo, è una creatura che si insinua dentro di te, lenta e silenziosa, fino a che non diventi parte di esso. Ormai il mio corpo si è adattato, o meglio, si è arreso. Non sento quasi più le mani, e il respiro è un velo di nebbia che si dissolve subito, come se anche l’aria non volesse rimanere troppo a lungo in questo inferno gelato.

Mi chiedo, come in un pensiero lontano, cosa sarà dell’umanità. Chi sopravviverà a questo? Se mai qualcuno lo farà. Chi avrà la forza di vedere il mondo rinascere da questo inverno senza fine? Un "dopo". Una parola che suona vuota, senza significato. Non ci sarà un dopo per me. Forse nemmeno per chi verrà dopo di me. Le città sono già tombe di ghiaccio, cimiteri per chi ha creduto che la civiltà potesse resistere a qualsiasi cosa. Ma non a questo.

Osservo il mio riflesso in una lastra di vetro coperta di brina, i lineamenti appena distinguibili sotto la pellicola di ghiaccio che si forma costantemente. Sono pallido, gli occhi incavati, la barba incolta. Non riconosco più me stesso. Il mio nome? È irrilevante ormai. Presto sarò solo un corpo congelato, un resto umano sepolto sotto metri di neve e ghiaccio, una reliquia dimenticata in una città senza vita. La mia identità non importa. Non a questo mondo.

È ironico, penso. Gli uomini hanno sempre creduto di poter controllare tutto, persino la natura. Ci siamo costruiti grattacieli, abbiamo sconfitto malattie, mandato sonde oltre i confini della Terra. Ma il freddo? Il freddo ci ha ricordato chi siamo davvero. Siamo creature fragili, legate a un equilibrio così sottile che basta una piccola deviazione per farci crollare. E ora l’equilibrio si è spezzato, e l’inverno ha preso il controllo.

Dicono che ci sia stato un momento, tanto tempo fa, in cui avremmo potuto fermarlo. Che gli scienziati avessero visto arrivare questa catastrofe. Ma nessuno li ha ascoltati. Troppo impegnati a correre dietro al progresso, al profitto, all'illusione di una crescita infinita. Nessuno ha creduto che il mondo potesse cambiare così, tutto in una volta. Nessuno ha creduto che l'inverno potesse non finire mai.





Ora non c’è più niente. Solo gelo, ovunque. Non ci sono stagioni, non c’è più il verde degli alberi, il calore del sole o il canto degli uccelli. Solo il silenzio. E il freddo. Un freddo che ti avvolge come una coperta pesante, che ti toglie il respiro lentamente, fino a che non ti addormenti in esso. Ho visto tanti arrendersi. Forse lo farò anch'io, presto.

L’inverno è arrivato. Non è solo una stagione, è la nuova realtà. Ogni giorno lo sento più vicino, come una presenza costante che non mi abbandona mai. Non è il freddo della natura, è qualcosa di più. È il freddo che viene dalla fine delle cose. Il freddo dell’assenza. Del nulla.

Non c’è più un domani. O, se c’è, non sarà un domani per noi. Forse per un’altra specie, qualcosa che saprà vivere in questo mondo congelato, che non avrà bisogno del calore o della luce. Qualcosa che sorgerà dalle rovine della nostra arroganza. Ma a me non importa. Non ci sarò.

Mi domando, prima di chiudere gli occhi, come sarebbe stato vivere in un mondo che avesse saputo ascoltare, che avesse avuto la saggezza di fermarsi prima del disastro. Ma è un pensiero futile. Il vento urla ancora fuori, e la neve continua a cadere. L'inverno è arrivato. Di nuovo. E questa volta, non se ne andrà mai più.

Sopra di me, le travi del rifugio tremano per le raffiche. È un rumore che conosco ormai fin troppo bene. Una volta mi spaventava, ma adesso è diventato solo un’altra parte del paesaggio sonoro della mia vita. Lo stesso paesaggio che ora comprende il crepitio del fuoco che si spegne troppo presto, i gemiti delle pareti che cedono al gelo, e i miei stessi pensieri che vagano, più pesanti di quanto avrei mai voluto.

Non so quando è iniziato tutto. Forse l’inverno eterno ha avuto inizio molto prima che la neve iniziasse a cadere senza sosta. Forse l’inverno ha iniziato a germogliare nei cuori delle persone, nel momento in cui ci siamo convinti di poter dominare tutto, ignorando i segni, le avvisaglie, il richiamo della Terra.

Ricordo, vagamente, come era il mondo prima. Il cielo aveva un colore diverso, un blu che adesso sembra impossibile immaginare. L’aria era più leggera, profumava di fiori, erba appena tagliata, pioggia d’estate. C’erano le stagioni, e ognuna portava con sé un ritmo, un senso, un ciclo. Ma tutto questo appartiene ormai ai ricordi che si sbiadiscono. È come guardare vecchie fotografie ingiallite dal tempo: sai che ciò che vedi era reale, eppure, sembra così lontano da sembrare un sogno.

Adesso, tutto è bianco. Una coltre infinita di ghiaccio e neve copre il mondo. Non c’è più primavera, né estate, né autunno. Solo il gelido abbraccio dell’inverno. L’umanità ha cercato di resistere, costruendo rifugi sotterranei, scavando nelle montagne, cercando riparo nel ventre della Terra. Ma per quanto tempo possiamo davvero sopravvivere così?

Non sono l’unico rimasto, lo so. Là fuori ci sono altri, dispersi tra le rovine di città sepolte, nelle profondità delle foreste congelate, nei silos abbandonati. Ma la verità è che siamo soli, ognuno di noi. Una volta, forse, avrei cercato di trovarli. Avrei avuto la speranza di costruire qualcosa insieme, un’ultima resistenza contro questo inverno senza fine. Ora, però, so che è una battaglia persa.

Mi alzo lentamente, il gelo mi ha irrigidito le membra. Avvolgo la vecchia coperta attorno a me, l’unico lusso rimasto in questo posto dimenticato da ogni cosa. Il fuoco si sta spegnendo, e non ho altra legna da bruciare. Mi dirigo verso la finestra, una piccola apertura che si affaccia su ciò che un tempo era una valle verde e rigogliosa. Ora è solo un mare bianco, increspato dai vortici del vento. Non si vede nulla oltre la nebbia del freddo, eppure il rumore è assordante.

In giornate come questa, mi chiedo come sia possibile che non ci siamo accorti prima. Le parole dei pochi che avevano cercato di avvisarci risuonano ancora nella mia mente, ma all’epoca sembravano solo allarmismi, esagerazioni di persone che non comprendevano il “progresso”. Abbiamo ignorato i segni: le tempeste sempre più violente, le stagioni che si confondevano tra loro, gli animali che sparivano silenziosamente. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe salvato. Pensavamo di essere invincibili.

 

Ma alla fine, la Terra ci ha parlato nel suo linguaggio primordiale, e noi non abbiamo avuto altra scelta che ascoltare. Troppo tardi, però. Molti sono morti subito, presi alla sprovvista dal grande gelo. Altri hanno resistito per un po’, costruendo barriere, scavando rifugi. Ma l’inverno non fa prigionieri, non offre tregua. Ogni anno che passava, ci ritrovavamo sempre più deboli, sempre più esausti.

Mi chiedo, mentre fisso l'orizzonte, se c’è mai stato un modo per evitare tutto questo. Forse, se avessimo ascoltato i saggi, i poeti, i custodi delle antiche tradizioni. Forse, se avessimo prestato attenzione alle urla della Terra, ai suoi lamenti. Ma il forse è un pensiero inutile, una distrazione in un mondo che non lascia spazio a rimpianti o illusioni.

Chiudo gli occhi per un attimo. Il vento, fuori, sembra ululare più forte, come un lupo affamato. Forse mi sto abituando a questo rumore. O forse, in fondo, sto semplicemente accettando che non c’è altro da sentire. Mi stringo la coperta addosso e mi lascio cadere sulla sedia di legno accanto al camino spento. La legna è finita, come tutto il resto.

È curioso come, in questo ultimo atto di resistenza, non ci sia rabbia. Non c’è frustrazione, né paura. Solo un’apatia gelida, una calma che scivola dentro di me come la neve che si deposita silenziosa sui resti del mondo. Mi viene in mente un vecchio detto: "L’inverno non è solo una stagione, è uno stato d’animo". Mai parole furono più vere.

Sospiro. Mi domando ancora una volta come sarebbe stato se avessimo avuto il coraggio di fermarci, di cambiare strada. Forse ci sarebbe stata una primavera. Forse avrei visto il sole sorgere ancora. Ma è un pensiero futile, e lo so.

L'inverno è arrivato. Di nuovo.

E questa volta, non se ne andrà mai più.

 



sabato 19 ottobre 2024

NUMERO 239

 


 



L’ospedale psichiatrico criminale di Rostov era un’imponente struttura che dominava l’orizzonte come un antico castello decadente.

Costruito ai margini della città, lontano dalle strade battute, l’edificio si ergeva su una collina desolata, circondato da una vegetazione incolta, selvaggia che sembrava riflettere l’abbandono e l'isolamento dei suoi abitanti. La sua architettura era un mix tra brutalismo sovietico e decadenza gotica, un monolito di cemento grigio intervallato da finestre piccole e strette, come occhi vigili che scrutavano il mondo esterno con diffidenza.

L’ingresso principale, una massiccia porta di ferro, era fiancheggiato da due torri strette e alte che conferivano all’intera struttura un’aria minacciosa. Le torri non servivano a nulla, se non a intimorire. Alcune leggende sussurrate tra i pazienti dicevano che, in passato, vi fossero stati installati strumenti di sorveglianza o persino celle di isolamento. Ora giacevano vuote, come simboli di un potere che non aveva più bisogno di essere esibito. Il semplice essere rinchiusi a Rostov era una condanna sufficiente.

Le mura esterne erano spesse e logore, annerite dal tempo e dall’umidità, che aveva lasciato macchie scure su tutto l’edificio. Non c’erano decorazioni o elementi che potessero addolcire l’aspetto dell’ospedale: era puro cemento, freddo e inospitale, costruito per contenere, non per accogliere. La struttura era vecchia, probabilmente risalente agli anni ’50, costruita in un’epoca in cui l’attenzione ai diritti umani era subordinata alla necessità di contenere ciò che la società considerava pericoloso. Nonostante la sua età, ogni modifica o aggiunta era stata fatta seguendo lo stesso rigido modello funzionale: ogni corridoio, ogni ala dell'ospedale era pensata per massimizzare il controllo e minimizzare la fuga.

All’interno, la struttura era divisa in ali diverse, ognuna destinata a un gruppo specifico di pazienti. C’era l’ala dei casi meno gravi, dove i pazienti che mostravano segni di recupero potevano muoversi con una certa libertà, sebbene sempre sotto costante sorveglianza. Poi c’erano le sezioni di isolamento, nascoste nelle profondità dell'edificio, dove Pavel era stato spesso confinato. Queste aree erano le più sinistre. Lunghe e strette, i corridoi erano privi di finestre, illuminati da una luce gialla fioca e intermittente, che rendeva tutto ancora più soffocante. Le porte delle celle erano pesanti, di metallo spesso, e si chiudevano con un clangore che rimbombava come il suono di una condanna.

Le celle di isolamento erano piccole stanze imbottite, con pareti rivestite di un materiale gommoso e bianco, quasi asettico. L'aria dentro era stagnante, densa, e portava con sé l'odore dei farmaci e del sudore freddo. Queste stanze, pur essendo imbottite per prevenire atti di autolesionismo, avevano un effetto ancora più agghiacciante su chi vi veniva rinchiuso: l’assenza di rumore, il vuoto opprimente che sembrava risucchiare ogni pensiero, costringevano chiunque a fare i conti con i propri demoni interiori.

I corridoi principali erano lunghi e stretti, progettati per tenere sotto controllo il movimento dei pazienti e per limitare le possibilità di fuga. Ad ogni angolo vi erano telecamere di sicurezza, sospese come occhi meccanici onnipresenti, registrando ogni gesto, ogni sussurro. Le porte che collegavano le varie sezioni dell’ospedale erano pesanti, con serrature elettriche che si chiudevano automaticamente, impedendo qualsiasi tentativo di attraversamento non autorizzato. La sensazione che ogni paziente provava attraversando questi corridoi era quella di essere in una trappola: un labirinto di cemento da cui non c'era via d'uscita.

L’ala medica era forse la più inquietante. Qui si svolgevano le "terapie", che spesso non erano altro che sessioni di contenimento chimico o elettroshock. Le stanze erano piccole e squadrate, riempite solo del minimo necessario: un lettino, un carrello di metallo con siringhe e farmaci, e apparecchiature antiche per le procedure elettroconvulsive. L’odore di disinfettante chimico si mescolava con quello del sudore e della paura. Nessuno parlava troppo, né medici né infermieri; tutto avveniva in un silenzio spettrale, rotto solo dai lamenti soffocati di chi subiva le "cure".

 

Il cortile esterno, l’unico spazio all’aria aperta accessibile ai pazienti, era circondato da alte mura di cemento sormontate da filo spinato arrugginito. Lì, alcuni pazienti venivano condotti per brevi passeggiate, sempre sorvegliati da vicino. Il terreno era spoglio, la terra dura e crepata, come se persino la natura avesse abbandonato quel luogo. Gli alberi intorno al perimetro erano morti o morenti, con i rami spogli che si tendevano verso il cielo grigio come artigli di creature disperate.

L’ospedale sembrava un’entità vivente, una bestia dormiente che si nutriva delle menti e delle anime di coloro che vi erano rinchiusi. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni angolo della struttura sembrava progettato per prosciugare la volontà, per ridurre gli uomini a ombre senza più speranza. Rostov non era solo un luogo di contenimento fisico; era una prigione mentale, dove i pensieri venivano distorti, manipolati, e alla fine annientati.

Le pareti bianche dell'ospedale psichiatrico di Rostov sembravano chiudersi sempre di più intorno a Pavel. Il mondo esterno era un ricordo lontano, sfumato come un sogno svanito all'alba. Aveva perso il conto dei giorni, forse anche degli anni. L'ultima volta che aveva visto il sole, era inverno. Ora, l'unico orologio che scandiva il tempo era il suono metallico delle serrature che scattavano all'inizio e alla fine di ogni turno.

Pavel non ricordava neanche più cosa lo avesse condotto lì. C'era stato un processo, vagamente lo sapeva, ma gli eventi si accavallavano nella sua mente come fotogrammi disgiunti di un film spezzato. Gli avevano detto che aveva ucciso qualcuno, un uomo, un estraneo. Gli avevano detto che aveva afferrato un coltello in un bar e lo aveva pugnalato senza motivo. Ma Pavel non ricordava nulla di tutto ciò.

I medici lo chiamavano "disconnessione dalla realtà". Una delle tante etichette che gli avevano appiccicato addosso. Una delle tante diagnosi. Lui, però, non vedeva disconnessioni ma solo la nebbia. La nebbia grigia che avvolgeva tutto. A volte si faceva più densa, altre più leggera. A volte poteva persino vedere attraverso di essa, vedere qualcosa di familiare. Ma poi tornava, sempre. E la realtà diventava confusa, spaventosa.

Pavel era un uomo di circa quarant'anni, ma il tempo trascorso all'interno dell'ospedale psichiatrico di Rostov lo aveva invecchiato prematuramente. Le rughe profonde intorno agli occhi e sulla fronte sembravano solchi scavati da anni di tormento interiore. I capelli, un tempo scuri, ora erano striati di grigio e trasandati, ricadendo in ciocche disordinate su una fronte alta e sudata. La barba incolta gli conferiva un aspetto trasandato, quasi selvaggio, accentuando la sensazione che fosse un uomo perso tra i confini della follia e della realtà.

Il suo fisico, un tempo robusto, era ora consumato dalla permanenza in quella prigione mentale. Pavel aveva un corpo magro e asciutto, quasi scheletrico, le spalle leggermente curve come se portasse il peso di un fardello invisibile. Le mani tremavano lievemente, segnate da cicatrici sottili che raccontavano di notti insonni e tentativi maldestri di liberarsi dalle costrizioni fisiche e mentali dell’ospedale. Le dita erano ossute, con le unghie sempre consumate a forza di mordicchiarle nei momenti di ansia.

I suoi occhi, però, erano l'aspetto più inquietante del suo viso. C'era qualcosa in essi che spaventava chiunque lo osservasse da vicino. Erano occhi che sembravano costantemente all'erta, sempre in movimento, come se cercassero qualcosa che non riuscivano a trovare. Avevano una sfumatura verde scuro, penetranti, ma al contempo velati da una profonda stanchezza, quella stanchezza di chi ha visto troppo e non sa più dove cercare conforto. Ogni tanto si infiammavano di una rabbia improvvisa e inspiegabile, come se dentro di lui vi fosse un incendio costante, ma soffocato dalle pareti di Rostov.

L'espressione di Pavel era spesso vacua, lo sguardo perso nel vuoto come se fosse altrove, forse in un mondo creato dalla sua mente per sfuggire all'orrore che lo circondava. Tuttavia, negli ultimi giorni, dopo quel misterioso sussurro che lo aveva svegliato, la sua postura aveva iniziato a cambiare. Si muoveva con più consapevolezza, con una certa determinazione. Anche il suo sguardo, pur rimanendo inquietante, ora si era fatto più focalizzato, come se un pensiero fisso lo guidasse. Pavel aveva smesso di essere solo una vittima. Ora stava cercando qualcosa.

Vestiva sempre lo stesso camice ospedaliero, logoro e sporco, che lo faceva sembrare più fragile di quanto fosse realmente. Ma sotto quello strato di abiti slabbrati e sporchi, si nascondeva una resistenza interiore che nessuno poteva intuire. Era stato un uomo forte, un uomo che lavorava con le mani, forse in fabbrica, forse come muratore. Qualcosa che richiedeva forza e precisione. Quel Pavel era ancora lì, da qualche parte, sopito sotto anni di nebbia e farmaci.

La sua mente era un campo di battaglia e il suo volto era una mappa di emozioni contrastanti: paura, rabbia, tristezza, ma anche un barlume di speranza ribelle. Aveva un sorriso rarefatto, un sorriso quasi assente, ma che quando emergeva era l'ultimo residuo

di umanità in un uomo che stava combattendo per non essere inghiottito dall'oblio.

Le infermiere passavano ogni tanto, il loro volto mascherato da sorrisi di plastica, con quegli occhi vuoti. Non vedevano Pavel, lo sapeva. Vedevano solo il numero 239. Ogni paziente aveva un numero. Il suo, l’aveva sentito pronunciare innumerevoli volte nei corridoi freddi e sterili. Ogni volta che lo sentiva, si chiedeva se fosse davvero lui. O se il "lui" che conosceva fosse ormai un’ombra persa.

La routine dell'ospedale era monotona, calcolata fino all'ultimo secondo. Cibo insapore, terapie silenziose, ore di osservazione, medicinali distribuiti con una precisione cronometrica. Nessuno parlava più di quanto fosse strettamente necessario. Ogni parola sembrava un rischio, una potenziale prova della propria follia.

C’erano altri pazienti come lui. Ma Pavel li percepiva come spettri vaganti nelle stanze. Alcuni parlavano da soli, altri restavano immobili, con lo sguardo fisso nel vuoto. Non c’era vita, non c’era speranza. Solo quella sensazione opprimente che niente sarebbe mai cambiato. Che Rostov sarebbe stato la sua prigione eterna.

Una notte, però, accadde qualcosa. Pavel era sdraiato sulla branda, lo sguardo rivolto verso il soffitto, quando sentì un rumore diverso. Non il solito scricchiolio dei carrelli dei medicinali o il passo lento delle infermiere. Era qualcosa di più profondo, come se le viscere dell'edificio stesso si muovessero.

Le luci si spensero. Improvvisamente. Il buio avvolse tutto, e per la prima volta da quando era lì, Pavel sentì il battito del suo cuore accelerare. Il silenzio era totale. Non c'erano urla, né comandi. Solo un vuoto.

Poi, un sussurro.

«Pavel.. »

La voce era lieve, quasi impercettibile, ma veniva da dentro la sua stanza. Si alzò a sedere, il cuore che pulsava nelle tempie. «Chi è? » chiese, la gola secca.

«Non importa chi sono. Importa quello che sei diventato. »

Il suo sguardo cercò freneticamente l'origine della voce, ma nel buio tutto era indistinguibile. Eppure, la sentiva chiaramente. Era dentro di lui, come un'eco nei suoi pensieri.

«Hanno giocato con la tua mente. Ti hanno rinchiuso qui perché sei pericoloso. Ma non per gli altri, Pavel. Per loro.»

Il sudore gli scivolava sulla fronte. Qualcosa dentro di lui si stava risvegliando, un ricordo sopito, sepolto sotto strati di farmaci e terapie. Aveva sempre saputo che qualcosa non quadrava, ma la nebbia... la nebbia lo teneva prigioniero.

«Svegliati, Pavel. »

Le luci si accesero di colpo, accecandolo. L'infermiere stava alla porta, con il volto impassibile.

«Ora delle medicine, 239. »

Il vecchio Pavel avrebbe obbedito senza esitare, inghiottito la pillola e lasciato che la nebbia lo riprendesse. Ma ora, qualcosa era cambiato. Quella voce gli aveva dato una scintilla di consapevolezza, di ribellione.

No, non avrebbe preso più nulla.

Scagliò la pillola lontano, fissando l'infermiere con uno sguardo che non aveva mai avuto prima. «No. »

La reazione fu immediata. Un segnale d’allarme. In pochi istanti, due guardie lo afferrarono e lo trascinarono via. Ma Pavel non lottava. Rideva. Una risata sorda, quasi isterica. Aveva capito. La prigione di Rostov non era fatta di mura, ma di chimica. Lo tenevano sedato, quieto, con il cervello intrappolato in un costante stato di torpore.

Le guardie lo gettarono in una stanza imbottita. Un posto dove mettere i pazienti "difficili". Ma Pavel era calmo. Si sdraiò sul pavimento freddo, lasciando che il suo corpo si rilassasse.

 La voce tornò, più forte ora.

«Loro non possono fermarti, Pavel. Non sei pazzo. Sei sveglio. »

I giorni successivi furono un crescendo di caos. Le sue risate risuonavano nei corridoi, infettando l’aria opprimente di Rostov.

Altri pazienti iniziarono a ribellarsi, a rifiutare le medicine. Il controllo che i medici avevano su di loro cominciò a sgretolarsi.

Pavel non era solo.

C’era qualcosa di più grande, qualcosa che si muoveva sotto la superficie di quell’ospedale. E Pavel, per la prima volta da quando era stato rinchiuso, sentiva che sarebbe riuscito a scappare. Non fisicamente, ma mentalmente.

La nebbia stava svanendo, e con essa, anche Rostov.

Eppure, nonostante tutta questa oppressione, Pavel aveva iniziato a vedere l’architettura dell’ospedale in modo diverso dopo il suo "risveglio". I corridoi non erano più solo un labirinto di cemento, ma una sfida da affrontare. Le celle di isolamento non erano più tombe per la mente, ma luoghi dove la sua volontà si rafforzava. Anche le torri e le mura, che un tempo gli incutevano terrore, ora sembravano solo un guscio fragile di un potere illusorio. Sapeva che Rostov era destinato a crollare, come tutto ciò che è costruito sulla paura.

Per Pavel, l'ospedale psichiatrico criminale di Rostov non era più solo una prigione fisica, ma un riflesso distorto della realtà stessa. E ora, quella realtà si stava sgretolando.

L’elemento misterioso che Pavel avvertiva nell’ospedale di Rostov, una presenza indefinita ma inesorabile, si manifestava come un costante sussurro ai margini della sua percezione. Non aveva forma, non aveva volto. Era più simile a un'ombra che si muoveva nei corridoi, o forse nei suoi pensieri, insinuandosi silenziosamente nelle pieghe della sua coscienza. L’ospedale stesso sembrava reagire a quella presenza, come se fosse un’entità viva che si nutriva di quel silenzioso enigma.

Tuttavia, nessuno tranne Pavel sembrava avvertirlo.

La prima volta che aveva udito il sussurro, era stato un suono vago, quasi un soffio portato dal vento in una notte particolarmente fredda. Non vi aveva prestato attenzione, abituato agli scricchiolii e ai rumori indefinibili dell’edificio. Ma poi era successo di nuovo. La seconda volta, il suono era più nitido, più vicino, ma ancora indefinito, come una voce che si trovava in una stanza accanto, separata da muri troppo spessi per essere penetrati. Non erano parole, ma un ritmo, una cadenza, qualcosa che richiamava alla sua mente immagini oscure e confusamente familiari. La voce sembrava non volergli dire nulla, eppure lo chiamava.

In quei giorni, Pavel cominciò a sentire la presenza in ogni parte dell’ospedale. Non si trattava solo del suono, ma di un senso di vigilanza costante, un occhio invisibile che lo seguiva, osservandolo non con l’indifferenza delle telecamere, ma con un’intenzione deliberata. Non era la sorveglianza dei medici o delle guardie, ma qualcosa di più sottile e più antico. Era come se l’intero edificio fosse abitato da un’intelligenza latente, un’intelligenza che cresceva nella muffa sui muri, che si insinuava nelle crepe del pavimento e che respirava nelle pareti di cemento.

Pavel tentò di parlarne con altri pazienti, ma le sue parole non trovarono risposte. «Non c'è nulla qui, se non Rostov» gli dissero. Le loro menti sembravano anestetizzate, incapaci di percepire quella presenza. Anche i medici lo ignorarono, aumentando semplicemente la sua dose di farmaci quando mostrava segni di inquietudine. Ma i farmaci non potevano soffocare ciò che Pavel stava sperimentando. Anzi, con il passare del tempo, la presenza divenne sempre più tangibile.

Una notte, mentre giaceva sveglio nella sua cella, la presenza si fece più forte che mai. Pavel sentì chiaramente il suo respiro, lento e profondo, come se provenisse da un essere enorme nascosto appena oltre le pareti. Poi arrivò il sussurro, non più vago o distante, ma chiarissimo, proprio vicino al suo orecchio: «Non sei solo. »

 

Pavel si alzò di scatto, gli occhi spalancati nel buio della stanza.

« Chi sei? » sussurrò tremando, ma non ci fu risposta. L’aria si fece improvvisamente pesante, quasi palpabile, come se fosse carica di una forza invisibile. Sentiva il cuore battergli forte nel petto, mentre la sua mente cercava disperatamente di trovare una spiegazione razionale. Ma in fondo, sapeva che non c’era nulla di razionale in ciò che stava accadendo.

Nei giorni successivi, la presenza divenne una costante. Il sussurro, a volte indistinguibile, altre volte netto come un ordine, gli parlava nei momenti di solitudine, invitandolo a dubitare della sua percezione. Gli diceva che non era pazzo, che non era il colpevole, ma che era stato scelto. « Da chi? Per cosa? » chiedeva Pavel, ma la voce non rispondeva mai a queste domande. Sembrava solo insistere sul fatto che l’ospedale non era quello che sembrava.

Con il tempo, la presenza cominciò a manifestarsi anche fisicamente. Nelle ombre degli angoli più oscuri dei corridoi, Pavel vedeva movimenti sfuggenti, ombre che non appartenevano a nessuno dei pazienti o del personale. Gli sembrava di percepire una figura vagamente umana che lo seguiva, che si nascondeva solo un attimo prima che i suoi occhi riuscissero a metterla a fuoco. Era sempre lì, ai limiti della sua visione periferica, mai completamente visibile, ma sempre presente.

 Una notte, decise di seguirla. Uscito dalla sua cella durante il turno di notte, quando l’ospedale era immerso nel silenzio più profondo, camminò per i corridoi seguendo quella sensazione opprimente. Le ombre sembravano allungarsi e avvolgerlo come tentacoli. Il suono delle sue scarpe rimbombava nel silenzio, e più si avvicinava a quella che sentiva essere la fonte della presenza, più il suono del suo battito cardiaco diventava assordante.

Pavel arrivò infine davanti a una porta che non aveva mai notato prima. Era vecchia, quasi nascosta dietro un muro coperto da muffa. Era sicuro di non averla mai vista, eppure sembrava essere sempre stata lì. La mano tremante si allungò verso la maniglia. La voce sussurrò di nuovo, questa volta più chiara, come se fosse proprio dietro quella porta: « Non aprire. »

Ma Pavel aprì.

Dietro quella porta non c’era nulla. Solo un vuoto nero, profondo come un pozzo senza fondo. La voce non parlava più. Le pareti sembravano respirare attorno a lui, e in quell'oscurità infinita Pavel sentì qualcosa di più spaventoso di qualsiasi incubo: il senso di essere stato atteso. Non era lui a cercare la presenza, era la presenza che aveva sempre cercato lui.

Ora capiva. Il segreto di Rostov non era nei pazienti, né nelle cure. L’ospedale stesso era vivo, un essere antico e silenzioso che si nutriva della paura e della follia. Ogni paziente non era che una piccola parte di un disegno più grande. E Pavel, nonostante tutto, faceva parte di quel disegno, una pedina scelta per un motivo che non avrebbe mai compreso fino in fondo.

 La porta si chiuse dietro di lui, e da quel momento nessuno lo vide più. Le infermiere continuavano a somministrare le medicine al letto vuoto di Pavel, e nei corridoi si sussurrava che il numero 239 fosse stato trasferito. Ma l’ospedale di Rostov sapeva la verità. Pavel non era mai uscito. Era diventato parte di quella presenza che lo aveva chiamato, uno dei tanti segreti sepolti tra le sue mura.

E nei silenzi della notte, chi ascolta attentamente può ancora udire un sussurro.

domenica 6 ottobre 2024

CINEMA HYPNOS

  




Al Cinema Hypnos, la locandina luccicava sotto il neon bluastro: Proiezioni in 4D. Un'esperienza che cambierà la tua percezione del reale.

La gente si accalcava all'ingresso, incuriosita, eccitata, ignara. Solo pochi, tra cui io, si fermavano a osservare la folla senza desiderio di unirsi, come animali che, sentendo il temporale prima degli altri, cercano riparo.

Non era facile spiegare cosa accadesse all'interno. Le voci erano poche e frammentarie, poiché chi usciva dalla sala non parlava volentieri. Non che non volesse: pareva che non sapesse più come farlo. Qualcuno era cambiato nell'aspetto, qualcuno nel comportamento, ma non era mai chiaro cosa fosse successo realmente. Le leggende intorno all'Hypnos si moltiplicavano.

Quando mia moglie, Silvia, decise di andare, non tentai di fermarla. Credevo alle storie quanto basta per temere quel posto, ma non per oppormi a un suo desiderio. Le avevo detto solo: «Attenta. » Lei aveva sorriso, sicura di sé, come a volermi tranquillizzare.

Mi pentii di non aver fatto di più.

Era una serata fredda di metà ottobre e le luci fioche dei lampioni disegnavano ombre lunghe sul marciapiede. Silvia aveva insistito per vedere quel film, un'opera misteriosa di cui si parlava nei circoli più elitari del cinema indipendente. Un film che, secondo lei, prometteva di esplorare gli angoli più oscuri dell'animo umano. Non ero del tutto convinto, ma l'entusiasmo con cui me ne parlava aveva qualcosa di contagioso. Così, quella sera, mi lasciai convincere e la accompagnai al cinema.

Io l’aspettai fuori.

Il film durava due ore. Al termine Silvia, però, non si mosse subito. Restò seduta immobile, come se non volesse o non potesse abbandonare quel mondo che il film aveva creato.

«Silvia? »le chiesi sottovoce, ma lei non rispose. Solo allora si alzò, senza guardarmi, e si avviò verso l'uscita. La seguii, un po' perplesso, notando che il suo passo era lento, quasi meccanico. All'inizio, pensai che fosse scossa dal film. Forse era troppo intenso, troppo profondo. Ma quando uscimmo nel freddo della sera, mi resi conto che c’era qualcosa di più.

Silvia non sembrava turbata o sconvolta come avrei potuto immaginare. No, non era neppure invecchiata di un istante. Fisicamente era identica a prima: i capelli castani raccolti in una coda disordinata, il suo cappotto leggero e il passo che riconoscevo così bene. Eppure, qualcosa in lei era radicalmente cambiato. Aveva uno sguardo vuoto, assente, che non le avevo mai visto prima. I suoi occhi, che fino a poche ore prima erano stati vivaci e pieni di luce, sembravano ora pozzanghere opache, prive di ogni scintilla di vita.

La chiamai ancora una volta. «Silvia, tutto bene? » Non ci fu risposta. Non fece neppure un cenno. Il suo volto era impassibile, congelato in un’espressione che mi metteva a disagio. In quel momento, qualcosa dentro di me si mosse, un'ombra di paura o di inquietudine. Ma cercai di scacciare quel pensiero, convincendomi che aveva solo bisogno di tempo per elaborare il film.

Sulla via del ritorno, la tensione aumentò. Io continuavo a guardarla di sfuggita mentre guidavo, cercando di trovare un appiglio, un segno che potesse rassicurarmi, ma non trovai nulla. Lei era lì accanto a me, seduta con le mani rigide sulle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé. Non c'era vita in quegli occhi. Era come se tutto ciò che la rendeva Silvia, tutto ciò che amavo in lei, fosse stato svuotato. Non era stanca, non era arrabbiata, non era nulla. Solo un guscio vuoto.

Arrivati a casa, mi resi conto che il silenzio fra noi era diventato insopportabile. Mi fermai prima di spegnere il motore e la guardai.

«Silvia, ti prego. Dimmi qualcosa. » Le mie parole uscirono quasi in un sussurro, come se stessi cercando di non svegliare un mostro addormentato. Ma lei non si mosse. Non ci fu neppure un tremito nel suo corpo.

Scesi dall'auto, aspettando che mi seguisse. Ma quando lo fece, fu con la stessa lentezza meccanica. Salimmo le scale del nostro palazzo in un silenzio irreale, interrotto solo dal rumore dei nostri passi. Dentro casa, Silvia si diresse verso la camera da letto senza dire nulla. La seguii a distanza, confuso e spaventato. Vederla così mi faceva sentire impotente, come se avessi perso il controllo su qualcosa di fondamentale nella mia vita.

Non accese la luce. Si sedette sul bordo del letto, le mani ancora appoggiate sulle ginocchia, lo sguardo fisso nel vuoto. Il suo silenzio era soffocante. Mi avvicinai piano, inginocchiandomi davanti a lei. «Silvia, ascoltami... » le dissi, prendendole le mani. Erano fredde, insolitamente fredde. La scossi leggermente, cercando di scuoterla da quel torpore. Ma niente.

Cominciai a chiedermi cosa fosse accaduto in quelle due ore. Il film poteva aver avuto un impatto così devastante? O c’era qualcos’altro? Forse dovevo essere più attento. Forse quel film non era semplicemente una storia. Forse era qualcosa di più profondo, di più pericoloso.

La notte fu lunga. Io non chiusi occhio, mentre lei rimase seduta lì, senza muoversi, senza parlare. Ogni tanto, provavo a chiederle qualcosa, ma era come parlare a una statua.

Il mattino seguente, al primo raggio di sole, Silvia si alzò improvvisamente. Senza dire una parola, si diresse verso la porta, come se avesse un obiettivo preciso. Cercai di fermarla, afferrandola per un braccio. «Silvia, dove stai andando? » chiesi, ma lei si liberò dalla mia presa con una facilità sorprendente, senza neppure guardarmi.

La seguii fuori, cercando di fermarla, ma lei continuò a camminare, diretta verso il parco vicino. Un parco che avevamo sempre evitato, che lei diceva di odiare perché le ricordava qualcosa di doloroso, qualcosa che non mi aveva mai voluto raccontare. Quando arrivammo lì, si fermò di colpo. Io ero a pochi passi da lei, senza fiato, il cuore che batteva all'impazzata.

Si voltò finalmente verso di me. I suoi occhi, vuoti fino a quel momento, sembravano ora accendersi di un barlume, ma non era un barlume di vita. Era qualcos’altro, qualcosa che non riuscivo a decifrare. Poi parlò, la sua voce roca, come se non l'avesse usata da anni.

«Loro mi stanno aspettando. »

Non capii cosa intendesse, né chi fossero "loro". Ma in quel momento capii una cosa: Silvia, la donna che conoscevo, non era più lì. Qualunque cosa fosse successa in quelle due ore di film, l'aveva cambiata per sempre. E io non sapevo se l'avrei mai più ritrovata.

Quando tornammo e varcammo la soglia di casa, mi accorsi di una cosa strana. Un odore indefinibile permeava l'aria. Era un odore sottile, inquietante, simile al ferro arrugginito misto a muffa, ma con qualcosa di dolciastro. Il tipo di odore che non ti lascia in pace, che si insinua dentro di te.

Da quel momento, la nostra vita matrimoniale, che un tempo era stata piena di amore e complicità, si dissolse come nebbia al sole. La persona che avevo sposato era scomparsa, sostituita da qualcosa che sembrava Silvia, ma che non lo era più. Si muoveva per la casa con una lentezza innaturale, come se dovesse riapprendere ogni gesto, ogni passo. Le sue mani tremavano, e c'erano momenti in cui sembrava persa nel tempo, ferma in un punto mentre tutto il resto continuava a scorrere.

Due giorni dopo me ne andai. Non potevo restare lì. Non con lei, o meglio, con ciò che era diventata. Non sapevo cosa fosse successo all'Hypnos, ma sapevo che mia moglie non era più quella che avevo conosciuto.

Non mi ci volle molto per scoprire che non ero il solo. Nel quartiere, le storie si diffondevano sottovoce, come un virus che si propagava.

Famiglie distrutte, persone che dopo essere entrate nel cinema non erano mai più le stesse. Alcuni invecchiavano in modo accelerato, come se il tempo si fosse piegato su di loro, consumandoli in pochi giorni. Altri perdevano la memoria o finivano in uno stato di apatia totale. Altri ancora, come Silvia, sembravano trattenuti da qualcosa di diverso, come se fossero stati scollegati dal mondo a cui appartenevano.

Eppure, nonostante le voci e gli avvertimenti, la fila davanti all'Hypnos non smetteva mai di crescere. Era come se la gente fosse attratta da quel mistero, incapace di resistere alla tentazione di varcare quella soglia proibita.

Per molto tempo mi sono chiesto cosa accadesse esattamente lì dentro. Era facile parlare di effetti speciali, di tecnologia avanzata, di illusioni cinematografiche. Ma la verità era che nessuno sapeva davvero cosa fosse la quarta dimensione di cui parlavano.

Poi, un giorno, un uomo anziano, seduto su una panchina fuori dal cinema, mi raccontò qualcosa. Lo aveva visto decine di volte: persone entrare giovani e uscirne vecchie. Persone entrare felici e uscirne spezzate. Ma non si trattava solo di invecchiamento o di cambiamenti emotivi. Quel cinema giocava con le dimensioni in modi che non potevamo comprendere. Il tempo non era lineare lì dentro; si piegava, si distorceva, e assieme a esso lo spazio. Ogni spettatore viveva una realtà diversa, una percezione del tempo che non era più la nostra.

Chiunque entrava all’Hypnos viveva esperienze che trascendevano ogni comprensione, spaziando in dimensioni dove tempo e identità perdevano significato. Il corpo poteva tornare, ma lo spirito, la mente, erano ormai altrove, frammentati tra epoche e mondi.

Capì allora che chi usciva dall'Hypnos non era più lo stesso non perché fosse invecchiato o cambiato, ma perché aveva vissuto qualcosa che noi non avremmo mai potuto capire. Forse avevano attraversato decenni in pochi minuti. Forse avevano vissuto più vite, in altre epoche, in altri spazi, con altre identità. Il tempo e lo spazio si erano mescolati, trasformandoli in qualcosa di alieno.

Non ho mai messo piede all'Hypnos. Nonostante la curiosità, c'era una paura profonda che mi tratteneva. Capivo ora che quel cinema non era solo un luogo di intrattenimento, ma una porta verso l'ignoto. E se c'è una cosa che ho imparato da tutta questa vicenda, è che ci sono confini che non dovremmo mai oltrepassare.

Alcuni misteri non sono fatti per essere svelati.

Alla fine, solo una cosa è certa: chi entra all'Hypnos, non esce mai più davvero

martedì 17 settembre 2024

DAMIANO racconto breve

 


Non piango spesso ma quella notte, attraverso i vetri sporchi del mio furgone, compresi. 

Quello che  vidi  difficilmente lo perdonerò.

Raggelato, non riuscì nemmeno ad abbassare le avvolgibili oscuranti e il viso si rigò di dense e feconde lacrime.

Era come avere la percezione dell’immanenza della fine del mondo.

Poco più in basso, verso la spiaggia, le luci blu delle macchine della polizia illuminavano la scena conferendo all’ambiente una freddezza surreale.

Il mare nero aveva restituito e deposto sulla spiaggia una ventina di miseri, inermi  corpi di immigrati che tentavano la fuga da un Paese ormai invivibile.

Una sciagura ormai ricorrente.

Io ero stato più fortunato o forse più scaltro, ma tempo fa la stessa sorte avrebbe potuto capitare a me.

Sono un sopravvissuto.

E mi fa male.

Intanto sulle spiagge africane continuavano ad arrivare gli immigrati clandestini che scappavano dalla Nuova Europa.

In un' Europa decadente, dilaniata dalla corruzione e dalla violenza, devastata da catastrofi naturali e conflitti politici, l'immigrazione clandestina si svolgeva in modo inverso.

L'immigrazione dall'Europa all'Africa era diventata una necessità per molti irriducibili non disposti a subire le ingiustizie della nuova Consulta di Conformità Europea.

Gli europei scoraggiati cercavano di fuggire verso l'Africa, un continente che ora offriva speranza e opportunità.

Donne, uomini e bambini scappati da un destino di  morte sicura .

Quelli che riuscivano a sopravvivere dopo l’incerta attraversata del Mediterraneo o ancora più a sud su posticce imbarcazioni.

Le multinazionali del farmaco e delle biotecnologie avevano preso il controllo assoluto sulle risorse e sulla salute delle persone, sfruttando la paura e la disperazione per imporre le loro politiche oppressive e lucrare sulle malattie che affliggevano l'umanità dopo i devastanti cambiamenti climatici.

Le ondate epidemiche si stavano susseguendo una dopo l’altra con forza distruttiva crescente, la crisi climatica si era acuita e nulla erano valse le scelte energetiche nucleari di ultima generazione per tamponare la crisi energetica.

Per far fronte a queste questioni si instaurò un regime autoritario europeo che aveva l’unico scopo protezionista dei privilegi delle fasce di reddito più elevate che potevano permettersi standard di vita superiori alla mera sopravvivenza.

L’egemonia degli Stati Uniti vacillava sempre di più da quando le ingenti risorse militari e non, vennero riutilizzate per la guerra interna che i potenti cartelli latino americani del traffico di droga aveva lanciato alla potente “democrazia mondiale”.

Ad est la situazione non era migliore: continue guerre territoriali depotenziavano le forze in gioco mentre le estrazioni dei combustibili fossili si erano diradate per mancanza di richiesta mondiale e gli Stati Arabi si stavano contraendo su sé stessi sterilizzando il loro influsso egemonico sull’area.

Questo era lo scenario mondiale al quale un crescente manipolo di ecoterroristi si stava opponendo.

Ora vivo, braccato su un furgone.

Spensi le luci per non vedere altro e soprattutto per non farmi scorgere.

All’indomani avrei dovuto farmi espiantare definitivamente il microchip  con geolocalizzazione che finora ero solo riuscito a farmi  disattivare illegalmente.

 

La dottoressa Helena Da Silva mi attendeva nel suo “studio” situato nella periferia di Luanda, la capitale angolese.

Luanda era  la città più ricca dell’africa centrale con i suoi centri commerciali cinesi, le vetrine di lussuosi gioiellieri arabi e soprattutto sede della Afrika Central Bank la banca principale dell’intera Africa.

Guidare per Luanda non dava l’impressione di essere in Africa.

Con i suoi giardini artificiali e caotici mercati artigianali di spezie, sebbene dotata di ampie strade stradali  percorse da pik up di grossa cilindrata e taxi con a bordo businessman cinesi, districarsi per le vie della città era una impresa non da poco.

Ad attendermi presso un distributore di benzina c’erano gli uomini di Helena che mi fecero lasciare il furgone e mi fecero salire in macchina con loro, dopo avermi perquisito a fondo.

Il viaggio in macchina durò un’ora circa e nel frattempo non volò una mosca tra noi, eccetto una breve  telefonata che fece uno dei due uomini.

Giungemmo presso un quartiere periferico degradato con molte case costruite a metà, con parecchi negozi che vendevano mercanzia varia e sudici bar frequentati essenzialmente da locali in ciabatte di gomma.

Se non fosse stato per l’informatore affidabile  che mi aveva messo in contatto con la dottoressa, difficilmente avrei frequentato zone simili di mia spontanea volontà.

I due uomini mi condussero all’entrata di un palazzo di pochi piani e al terzo mi fecero entrare in una stanza poco illuminata.

Mi accolse un collaboratore della dottoressa che mi portò da Helena.

Helena era una piacente donna sulla quarantina.

Jeans attillati e t-shirt bianca, capelli molto lunghi raccolti in una coda avviluppata attorno ad una bandana rossa.

Mi fece segno di sedermi su una sedia di metallo di fronte alla sua scrivania.

Chiuse il laptop e con voce profonda, da uomo  mi rivolse la parola.

« Benvenuto Damiano. Come ti trovi in Africa? Il nostro amico Santiago mi ha detto che sei arrivato da poco grazie ai compagni della Cellula di Resistenza  Europea. Sappi che qui sei tra amici fidati …»

« Grazie Helena. Devo ancora abituarmi al cibo e al clima, ma ti giuro che ho passato momenti peggiori »

« Sei hai bisogno di qualsiasi cosa puoi fare affidamento su di noi. Dopo ti forniamo un cellulare pulito e sicuro cosi che tu non possa essere tracciato. Adesso se sei pronto, possiamo parlare dell’espianto »

« Sono qui per questo. Spero che non sia molto doloroso e lungo l’intervento »

« Non ti preoccupare. Sono una neurochirurga e ho l’attrezzatura necessaria. Utilizzo un bio estrattore clonato di ultima generazione, senza il quale sarebbe impossibile enucleare il micro Gps che ti hanno installato. Se non sbaglio è già stato disattivato e l’operazione, che durerà dieci minuti  sarà effettuata con un anestetico locale. Non morirai  sotto i ferri , te lo giuro. Ho estratto decine di questi marchingegni senza nessuna complicazione »

« Il micro controller l’ho disattivato due anni fa circa …sarei pronto, allora… »

« Un’ ultima cosa. Problemi con l’uso di sostanze in passato? »

« Non direi. Saltuariamente tetra-metanfetamine ben tollerate e qualche volta mescalina piramidale di ultima generazione…»

«Durante l’estrazione allora potresti avere dei fenomeni di flash back improvvisi. Spariranno come sono venuti, tranquillo. Il mio assistente ti sta aspettando nella sala sterile per prepararti. Intanto ingoia un paio di queste mentre io ti raggiungo tra una decina di minuti »

Ingoiai le pastiglie che mi dette Helena e mi avviai nell’altra stanza.

« Si accomodi su questa sedia Damiano. Dovrò  radere una porzione di capelli dietro l’orecchio destro. I capelli ricresceranno » disse lo stesso uomo che mi accolse  all’entrata.

Il ronzio del rasoio elettrico che mi sfiorava la nuca mi indusse una certa sonnolenza, dovuta probabilmente all’antidolorifico che stava già facendo effetto.

Entrò la dottoressa, che ora indossava un camice bianco e guanti di latex sterili. Si consultò con l’uomo e gli impartì degli ordini. Prese una siringa e la riempi con un liquido azzurro.

« Ora ti somministro localmente  un po’ di Codeina sintetica. Sentirai un leggero formicolio nella zona interessata. »

Sentii l’ago penetrare sotto la pelle e dopo qualche secondo il formicolio incominciò a manifestarsi come aveva detto.

Il collaboratore passò uno strano strumento chirurgico alla dottoressa, la quale lo ispezionò con cura applicando una sorta di ago nuovo estratto da una confezione di plastica.

L’ uomo disinfettò l’intera area del cranio e subito dopo sentii un ferro freddo circolare che premeva sulla pelle.

« Adesso introduco la parte pilota dell’ Extration . Sentirai come una leggera scossa elettrica e poi un senso di vertigine intensa. Se ti viene da vomitare cerca di trattenere tutto. Abbiamo appena pulito il tappeto…» rispose sorridendo la dottoressa.

Sentii una spiacevole scossa elettrica e poi solo il ronzio pneumatico dell’aggeggio che si era messo in moto.

La dottoressa si avvicinò all’oculare e manovrò con delicatezza l’estrattore.

« Individuato. Sembra un vecchio modello della Soback. Potrebbe darti un po’ di fastidio . Stai fermo il più possibile »

A poco a poco il cervello incominciò a ribaltarsi.

Pensai a Glenda per non vomitare.

Al suo carattere solare e trascinante.

Un corpo  atletico e scattante, implacabile tutto nervi e muscoli costruito attorno ad un’anima gentile ed accogliente.

Solo qualche mese fa  la Brigata Ribelle era stata completamente sterminata sul campo, durante una azione per liberare i compagni imprigionati nella Nuova Fortezza.

Di sicuro una soffiata.

 Una manciata di uomini e donne scelte uccisi in una imboscata con i droni ad infrarossi delle milizie della Nuova Europa.

Tutti morti: i miei migliori amici.

E Glenda.

Il senso di colpa della mia responsabilità circa l’organizzazione della tentata irruzione mi straziava.

 

Improvvisamente un raggio sottile di luce verde  si formò dietro i miei occhi chiusi che mi provocò  una contrazione muscolare dello stomaco.

Effetti della tetra che mi ero fatto in passato.

Tentai di tornare nuovamente su Glenda ed effettivamente mi rilassai.

«Ci siamo , ancora qualche secondo…»

Avverti come mi si lacerasse qualcosa nel cranio, ma non avvertii dolore.

Segui un forte risucchio pneumatico.

« Fatto…»

Mi rattristai pensando che Glenda non aveva potuto liberarsi definitivamente del suo controller.

Ma forse ora mi sta osservando, da qualche fottuto punto dello spazio e avrà capito che tutto questo era in definitiva anche per lei.

Almeno così speravo.

Il collaboratore mi diede due punti di sutura ed applicò un cerotto trasparente.

Helena intanto ripuliva l’estrattore con un delle garze sterili.

« Puoi stenderti per un paio una oretta e vedo se tutto fila liscio. »

Stavo per rispondergli che sarei anche andato quando bussarono alla porta con tenacia.

Helena e l’uomo si scambiarono una fugace occhiata e repentinamente Helena estrasse da dietro il camice una Glock G43 modello vecchio e l’altro un Uzi Israeliano automatico  di ultima generazione.

Mi aspettavo l’inferno.

« Helena apri…sono Fernandez. Abbiamo un compagno da ricucire. »

La dottoressa guardò l’assistente, il quale abbassando l’arma sorrise obliquamente.

È così che conobbi parte della squadra africana del Comitato Clandestino di Liberazione.

Helena, Paco, Fernandez, Giuditta e i sui due figli Ector e Victoria, il Dottore e Igor.

Incominciai a sentirmi a mio agio in quella parte di mondo.

Un mondo che aspettava solo di essere aggiustato.

Il noir come forma di resistenza: distopia, identità e umanità

Corri Mirna, corri! Esistono romanzi che raccontano una storia ed esistono romanzi che costruiscono un universo morale. Corri Mirna, corri! ...