giovedì 18 novembre 2021

Ogni luogo è

 


Ogni luogo non può che essere temporaneo

Perché un luogo non è solo aggregazione di coordinate fisiche e geometriche.

Quel che resta è la memoria degli oggetti e delle cose che sfiorano, senza una precisa definizione lineare, i nostri sguardi. 

Ed è così che gli oggetti si caricano di aspettativa sacrale e di immanente drammaticità. 

Ed è tutto un'orlare il precipizio che conduce all'abisso delle nostre esistenze, altro che luoghi !!

Perché ogni luogo in definitiva è temporaneo 



mercoledì 17 novembre 2021

francesca woodman

 


Pochi sfuggono al desiderio di dichiarare quanto hanno in programma. Specialmente gli artisti. Basta ascoltarli, e tra le parole – ancor prima delle opere – si coglie l’essenza dei loro intenti, una dichiarazione programmatica dell’esistenza. A questa regola non è sfuggita Francesca Woodman, fotografa americana, che nel 1981, a soli 23 anni, si tolse la vita. Nessuno però sia indotto a supporre che la Woodman fosse attraversata da uno “spleen” distruttivo: Francesca amava la vita. La amava così tanto da esserne padrona assoluta, capace di governarla fino in fondo, finché ha voluto. Disse: «Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate». Obbedì al più intransigente tra i suoi “parametri” e si gettò da un grattacielo di New York. Figlia d’artisti, di lei si ricordano gli anni romani, forse i più felici, in compagnia di poeti, letterati e altri artisti. E sono principalmente di questo periodo italiano le foto che vedete.

Il suo lavoro è nuovo e antico; ha la freschezza di un linguaggio appena elaborato, balzato fuori con la dirompente vitalità di un fanciullo che ha conosciuto la corsa e a un tempo colmo d’echi. Non c’è fotografia infatti che non rimandi alle lezioni dei grandi fotografi sperimentatori.

Ecco dunque Brassaï (Francesca amava il lavoro del maestro francese) e, soprattutto Man Ray, echeggiare dai fotogrammi mentre lei, Francesca di ogni foto è l’assoluta protagonista perché, come ebbe a dire in un amaro furore: «Se stai fuori dal mondo dell’Arte anche solo cinque minuti, nessuno si ricorderà di te». Ma qui non è l’involucro corporeo a essere rappresentato quanto una materia sfuggevole e custode di “disordinate geometrie dell’esistenza”. Tutto è racchiuso in forma simbolica, tutto è circoscritto al chiuso di una stanza; e nemmeno gli oggetti derogano alle regole. Siano porte – rigorosamente chiuse –, specchi (la Woodman li userà a favore di una grandiosa metafora), ambienti il cui disordine è prima di tutto “concettuale” che ambientale, non c’è foto che non voglia indicare il disagio di un corpo chiuso nello stretto delle proprie ambizioni o, come preferite, di un esteso malessere. Ecco dunque un corpo nudo, penzolante da una porta cui fa da contraltare una donna scalza elegantemente vestita e ignara, forse, di quanto si svolge alle sue spalle – ma probabilmente è necessario dire che la signora elegante conosce meglio e prima di noi quella “raffigurazione dell’inconscio di cui ci invita a condividerne la presenza”. Specchi dunque.

Ma cosa riflettono se non un’immagine che ne ribalta il contenuto. Siamo più cose insieme, ci dice Francesca Woodman, forse nessuna: ci smarriamo per ritrovarci. Ci troviamo dalle parti di un Surrealismo esistenziale e di un dadaismo celebrato nelle composizioni formali, in un “mosso” frutto di un’ottima conoscenza delle esposizioni. In una foto vediamo il corpo di una donna agitarsi come un derviscio ma che tuttavia ci appare “ferma”, quasi a dire che il movimento è consustanziale alla sua natura, accentuata, questa sì, dai muri scrostati e spogli; spogli come le nudità femminili dei corpi indifesi, nei quali non è difficile scorgere una vita intrapsichica.

La vita di Francesca Woodman è stata breve. Intensa ma breve, e noi non possiamo fare altro che rispettarne la scelta, al riparo del riserbo. Resta però come un sentore d’amaro, il dispiacere di una vita chiusasi troppo in fretta e che ha impedito a tutti noi di seguire gli sviluppi artistici di una fotografa che ha lasciato sì una grande eredità ma di cui avremmo voluto beneficiarne molti, molti anni più tardi.

DELL' IMPOSSIBILITÀ DI DIRE UNA FORMA


Chi segue i miei post è abituato alle mie riflessioni sull' arte, sul processo creativo dell' artista e sulle conseguenze di questa prossimità.
Poi arriva l'evento dell'opera che devasta questo dire, perché l'astrazione della figura dell'oggetto che osservi è di una potenza che ti annulla.
Potrei dire dell'oggetto perché è l' emergere del dato: moneta africana tribale Bakwele, Gabon.
Soddisfazione che appaga la necessità di sicurezza del nostro pensiero analitico, certo non lo scarto che si è prodotto.
Un funerale dell'io che siamo costretti a celebrare perché oramai coinvolti dall'epifania della forma.
Accettata questa morte annunciata si entra in relazione con l' oggetto.
E smetti di dire..
Nessuna descrizione della foto disponibile.

hini e altri 2
i

lunedì 15 novembre 2021

Segni



 Ci sono segni di una potenza inarrivabile, dove altrimenti gli schemi di una mente ordinaria non potrebbero concedere  alcuna possibilità interpretativa semantica.

Segni che delimitano, che confinano un area e creano uno spazio sacro.

Oltre il gesto - segno creativo che costituisce l'opera, c'è la determinazione di uno spazio, di un luogo dove l'entrata implica l'attraversamento di una soglia, un inciampo.

Oltrepassare quella  "zona tarkovskijana " implica l'accettazione di un non ritorno.

Bisogna, in altri termini essere disposti ad assistere al funerale del proprio ego per poter sopravvivere e cogliere questa epifania.

Lì avviene l'incontro con l'altro, quell'altro che riconosci perché ti abita.

Solo allora puoi raccogliere quell'evento dell'opera che ti annienta e schiaccia come corpo residuale, di risulta.

Accade di fronte a lavori di Artisti che bisogna affrontare con l'occhio umile del piccolo ossevatore che mette in gioco le proprie certezze e paure.

È la forma del non detto che ci fa critici, costruttori di universi creativi e improbabili. Insaziabili d'arte e di gesti inebrianti.


opere di 

Berlinde de Bruyckere

Chen Zeng

dettagli

 


Qual è l’emozione che ci colpisce e cattura mentre osserviamo i dettagli di un’opera d’arte? Quale intimità, prossimità emozionale ci permette di connetterci con il proprio Sé?

Credo che sia una questione di atteggiamento, non di postura intellettualistica, quella che ci fa percepire il senso del nostro guardare.

Io quando osservo un quadro, una scultura, una istallazione artistica sono consapevole di affrontare una lettura. Proprio come un libro.

E di questo “libro” sono i dettagli che mi intrigano, che dicono di me e della mia intimità elettiva.

Se di un libro mi limitassi all’attrazione retinica della copertina, delle dimensioni del volume, mi sottrarrei al ri -significato che solo le frasi, le singole parole, in altre parole i dettagli, mi permetterebbero di entrare in un altro e nuovo luogo che è luogo di relazione.

La stessa cosa avviene di fronte all’immagine. Se mi limitassi ad una visione d’ insieme, superficiale e veloce, quel luogo di cui dicevo mi si chiuderebbe e probabilmente la domanda del senso resterebbe inevasa.

Ebbene sono proprio i dettagli che significano l’opera, quei piccoli luoghi in cui si apre uno spazio che fagocita, che destabilizza: spesso non è terra sicura in cui si spera di approdare per dare sfogo alle proprie insicurezze.


Personalmente, soprattutto da artista, sono i particolari di un’opera che, come un magnete potente, mi attraggono e riconosco che la visione totale, d’insieme non è il mio approccio primario.

Mi illudo di osservare la totalità del dispiegamento dell’opera, ma è il dettaglio che in realtà mi trovo a scrutare cogliendone la forza creativa che mi apre a nuovi spazi espressivi.

Mi trovo spesso a ripercorrere posture ridicole di fronte ai quadri e là dove la situazione me lo consente, mi avvicino alla superficie con il naso quasi appiccicato al quadro o scultura.

Ho visto altre persone in simili situazioni e, al netto di chi ha problemi visivi fastidiosi e imbarazzanti atteggiamenti, scopro una tribù di curiosi emotivi, di ricercatori della percezione altra.

Lo sguardo in sé non è il facilitatore della connessione, ma agisce una scomposizione del mondo che conosciamo e percepiamo, liberando i dettagli e trasformandoli in una altra storia ricca di immaginazione che ci parla dell’evento dell’opera, della sua immanenza e grandezza.

venerdì 12 novembre 2021

quattro domande quattro



 Piccola intervista fatta da Betti Bellani al sottoscritto in occasione di una mostra personale

QUANTO È “GRANDE” LO SPAZIO DI UN QUADRO?

Ci viene in aiuto un artista enorme, che con il suo lavoro ha indagato il concetto di spazio come nessuno: Lucio Fontana.
Nei suoi celebri “tagli” l’artista vuole, appunto farci partecipi della dimensione relativa della tela, del quadro e ci catapulta in ciò che è la dimensione tridimensionale, spaziale della nostra esperienza. Come se volesse dirci di andare oltre alla dimensione retinica dell’atto di vedere, perché la realtà è oltre il nostro sguardo. I ruoli si sono invertiti. E’ l’opera d’arte che ci osserva e noi non siamo osservatori passivi. Mai. Di fronte ad un quadro, ad una statua e qualunque sia ciò che rappresenti (un paesaggio, una natura morta o un ritratto) noi non stiamo solo osservando, ma partecipiamo ad una esperienza che ci include. Uno spazio misurabile è solo un artificio che ci permette di sopravvivere e …posizionare più o meno esattamente un quadro su una parete di casa tra due mobili.

NEL 2020 MOLTI SI CHIEDONO SE HA ANCORA “SENSO” DIPINGERE.CHE COSA GLI RISPONDERESTI?

 Angela Vattese, rinomata critica d’arte italiana, nel suo libro “si fa con tutto” sosteneva, a ragione, che oggi l’arte va apprezzata soprattutto per la grande varieta’ dei media che gli artisti utilizzano per dare senso al proprio lavoro. Oggi siamo bombardati da un eccesso di stimoli visivi e la percezione del mondo è senz’altro cambiata. Tra l’altro il Mercato oggi è parte rilevante delle nostre azioni ed il mondo dell’arte ne è un esempio rilevante. Ritengo che non dobbiamo preoccuparci molto della purezza del “senso di produrre” arte oggi. E’ l’artista stesso che con la propria onestà, ricerca e lavoro possa imprimere il senso giusto al proprio fare, a prescindere dal mezzo utilizzato. In questa ottica il “senso” del dipingere non può venire meno, credo. Il mio linguaggio oggi, ad esempio, va nella direzione opposta alla pittura: prediligo l’arte concettuale attraverso installazioni site –specific. Ma vengo dalla pittura, dalla grafica e ad essa devo molto.

 

CHE COS'È PER TE L’ ISPIRAZIONE? 

Credo che l'arte non debba fornire risposte ma anzi innescare il dubbio, la domanda e far vacillare le proprie piccole certezze. Qualunque cosa " non conclusa" e non definita mi ispira, nel senso della potenzialità che essa potrebbe esprimere per la mia ricerca. Personalmente i luoghi, gli spazi, il tempo sono fonte primaria di ricerca ed ispirazione. La relatività delle cose e la loro natura impermanente può essere oggetto di interesse e di bellezza (i giapponesi usano il concetto di Wabi Sabi) e quindi fonte di ispirazione



CHI E’ PER TE IL FRUITORE IDEALE DI UNA TUA OPERA?

Penso ad una persona mediamente colta, con una capacità di relazionarsi ed approfondire i temi che solitamente tratto.

Come dicevo precedentemente il mio percorso artistico recente è orientato all’arte concettuale con incursioni frequenti nel campo delle installazioni artistiche site specific, ovvero un intervento che è appositamente pensato per il luogo che lo ospita. Sono consapevole che il significato di tali lavori può sembrare ostico ai più. Per cui la persona che si trova davanti ad una mia opera è costretta, diciamo, a mettersi in gioco e trovare il senso anche al di fuori dell’immediatezza e della piacevolezza retinica.

Ma solitamente si tratta di un pubblico che abitualmente frequenta il mondo dell’arte.

Discorso diverso è per chi affronta i miei lavori precedenti, come quelli esposti qui. Lo spettatore dovrà ricorrere a parametri diversi circa il suo giudizio, più vicini al gusto, alla sensazione visiva. Devo dire che la scelta di esporre in un posto insolito come un negozio di ottica, mi ha stuzzicato positivamente da subito, perché non trovo negativa la dimensione “popolare” dell’arte, anzi ne apprezzo la capacità divulgativa intrinseca e l'opportunità che può offrire al semplice consumatore.

 

mercoledì 10 novembre 2021

IL NOSTRO DESTINO, FORSE



Il nostro destino, forse è quello di restare senza risposte.

Quelle risposte definitive che ci rassicurano, ci tranquillizzano e ci assecondano edificando il proprio confort.

Si tratta di essere disposti ad una riduzione di una distanza, di una misura della cui natura non siamo propriamente artefici.

È questo il nocciolo della questione, del vulnus che ci attanaglia alla gola togliendoci il respiro.

Da questa sensazione di soffocamento ci si può liberare, previo essere disposti a perdere qualcosa.

Allora cerchiamo di ridurre il danno, la distanza che ci separa dall’evento dell’opera d’arte. Dico di quell’evento che si manifesta, nostro malgrado, quando guardiamo un quadro, una scultura, in definitiva un’immagine.

Tranquilli. Non è colpa nostra. Non ce la siamo cercata.

Una via di fuga veloce, breve e senza apparenti conseguenze esiste: l’immersione nel sentimentalismo, dell’appagamento retinico e del “questa è arte che arriva al cuore”.

Dicevo dell’atto di guardare un’opera d’arte e dallo spaesamento che proviamo perché non siamo in grado di sostenere lo sguardo indagatore che l’opera ci rimanda.

L’opera, il suo evento che ci sovrasta lo fa partendo dal suo statuto che è sempre frutto di un trauma.

Quel trauma che deriva dall’impossibilità di riprodurre la realtà, cosa sempre distinta dal mezzo che ne evidenzia la sua inconsistenza, la sua fugacità: l’opera è una cosa, il reale un’altra. In mezzo una spaccatura insanabile, devastante.

 

È questo trauma che non sopportiamo, che non siamo disposti ad accettarlo perché reale nella sua irrealtà di linguaggio, di rappresentazione.

Se non pratichiamo questo atteggiamento, saremo costretti alla postura, al rappresentativo, all’artigianale e decorativo.

L’arte ci impone questo sforzo, questo passaggio obbligato.

Si tratta di un superamento di una soglia, oltre la quale rischiamo di trovare l’abisso.

Il nostro compito è avanzare sull’orlo di questo abisso, in un gioco di equilibrismo pericolosissimo.

Arte bastarda, verrebbe da dire.

Ho visto e detto di peggio nella mia vita, tutto sommato.

Un orizzonte di nulla non mi spaventa.

Non cerco risposte. Mi bastano le mie domande

lunedì 8 novembre 2021

Attraversamenti



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IDENTITÀ NOMADISMI MIGRAZIONI

ARTI LUOGHI SPAZI ABISSI




              


Imprimere al Divenire

il carattere dell’Essere 

è una suprema prova di potenza

Nietzsche


Soggetti in cerca di nuove Identità e forme di intenso nomadismo, praticanti Azioni di mobilità : delle menti, dei saperi, delle arti, delle coscienze, disposti alla valorizzazione delle culture di prossimità, di confine.

Corpi che praticano un erranza senza meta, pericolosamente attratti dall’orlo dell’abisso della “stanzialità”.

Individui in movimento, che agiscono una propria “cartografia esistenziale” finalizzata ad un pragmatico orientamento dell’imminente “divenire”  e che tracciano rotte e attraversamenti praticabili tra Zone Autonome e Temporanee.

 

Uomini che restituiscono  legittimità alla “pulsione d’erranza” o “irrequietezza migratoria” primitiva e seminale, creatrice di Segni in grado di informare una nuova geografia degli spazi e dei tempi. Una nuova mappatura dei Luoghi.

Realizzando a volte percorsi imprecisi, indecifrabili, a tratti illeggibili o latenti, ma finalizzati  al  superamento dei generi, dei dogmi e degli assolutismi identitari definiti, semplicemente agendo l’arte dell’assenza e della scomparsa, senza lasciare tracce o residui, liberandosi da cascami artificiosi.


Senza rincorrere le urgenze sociali dei flussi migratori contemporanei, ma con la consapevolezza di agire su uno sfondo dorato, cangiante e bizantino nel quale riverberare in un nuovo spazio Sacro.





Il noir come forma di resistenza: distopia, identità e umanità

Corri Mirna, corri! Esistono romanzi che raccontano una storia ed esistono romanzi che costruiscono un universo morale. Corri Mirna, corri! ...